Rassegna Stampa

"Io tifo Roma, batte l’Inter 2-1"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 31-10-2015 - Ore 08:42

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LA GAZZETTA DELLO SPORT - PASOTTO - L’indirizzo e-mail è italiano. Anche il numero di cellulare è di un gestore italiano. E, ça va sans dire , il più delle volte il televisore è sintonizzato sul nostro campionato. David Pizarro ha fatto ritorno in Cile per «una questione di cuore» ma la realtà, dopo appena tre mesi, racconta che il cuore l’ha lasciato in Italia. In questa storia ci sono almeno due fattori controcorrente: il primo è che a 36 anni, quando un calciatore decide di tornare dove è partito, di solito lo fa per restarci; il secondo è che siamo abituati ad assistere alla fuga di piedi buoni dal nostro calcio: lui invece vuole tornarci a tutti i costi. Anzi, di più: «In Italia potrei anche finire col viverci per sempre». E allora la storia prende anche una piega romantica. Pizarro ci adora, nei pregi e nei difetti, «soprattutto Roma e i romani, che per come intendono vita e calcio si avvicinano molto ai cileni». David è tornato a Valparaiso, la valle del paradiso, che è la sua città sull’oceano Pacifico dove gioca col Santiago Wanderers. Lì ha dato i primi calci e lì probabilmente immaginava che avrebbe dato gli ultimi. E invece, nostalgia canaglia. D’altra parte il Pek – diminutivo di pequeño , piccolo – in Italia ci ha passato sedici anni, diventando lo straniero più «longevo» del nostro campionato dopo il ritiro di Zanetti: sei stagioni in regia a Udine, una all’Inter, sei alla Roma e tre a Firenze. E adesso, una voglia matta di tornare qui. Magari già a gennaio: qualcosa si è mosso (ad esempio a Udine, ma non solo), il suo vantaggio è la possibilità di liberarsi agevolmente. 

Pizarro, non ha nemmeno fatto in tempo a tornare a casa che è già stufo: possibile? 

«Purtroppo sì. In Cile ho trovato una realtà calcistica del tutto diversa da come mi aspettavo. E’ l’intero sistema che non funziona: abbiamo vinto la Copa America, ci sono stadi nuovi meravigliosi con squadre seguite da 300 spettatori. I club si disinteressano di tutto, tanto sanno di poter andare avanti grazie ai soldi delle tv. Io sono tornato per amore del mio Paese, non per scappare dall’Italia: è stata una mazzata. La nazionale non è riuscita a fare da spinta e le nuove generazioni sono senza talento. Ecco perché vorrei tornare in Italia. Subito, già a gennaio». 

Comprensibile, lei però ha una moglie e tre figli che vanno dai 3 ai 15 anni (il secondogenito 13enne, Bastian, gioca nei Wanderers): fare dietrofront in pochi mesi non è un po’ troppo laborioso? 

«Sono tutti con me. Vogliono tornare tutti, anche perché i miei figli sono nati in Italia, fra Udine e Firenze, e sono abituati a un’altra realtà». 

Sia sincero: perché un club italiano dovrebbe investire su un giocatore di 36 anni? 

«Perché fisicamente non ho mai avuto infortuni gravi, perché nel mio ruolo c’è meno usura rispetto agli altri, perché non ho vita notturna e perché, senza presunzione, posso garantire qualità, cosa che ormai è sempre più rara. Francamente: mi sentirei pronto anche per una big». 

Che cosa intende per qualità sempre più rara? 

«Nel calcio ormai si preferisce l’atleticità alla tecnica. Prima bisogna correre i cento metri in 11 secondi e poi saper stoppare il pallone. In Italia è una deriva degli ultimi anni: quando arrivai, tutte le squadre avevano 2-3 giocatori coi piedi buoni, adesso li hanno solo le prime quattro o cinque, e c’è divario già con l’ottava. Si gioca a calcio sempre meno, anche perché gli allenatori ormai sono ciechi: non c’è null’altro che conti oltre al risultato». 

La Roma è una delle squadre che gioca a pallone. In programma c’è Inter-Roma, per lei è sfida da doppio ex: dove la porta il cuore? 

«Alla Roma. E’ la squadra che più mi è rimasta nel cuore e la città dove vorrei tornare a vivere. E’ bello pensare che questa è una sfida che vale il primato. Prevedo un due a uno per i giallorossi e prevedo lo scudetto. L’Inter non mi convince». 

All’Inter non la legano buoni ricordi? 

«Certo che sì. Inter per me vuol dire Facchetti e Moratti. Facchetti è stato importantissimo per la mia carriera, mi ha trattato come un figlio. E Moratti è un gran signore, un numero uno. Mi spiace che il club sia finito in mani straniere, mi spiace in generale che questo accada anche in Italia». 

E i suoi altri club italiani? 

«Sono legato a tutti. Ed è fantastico vederne tre fra i primi quattro in classifica. L’Udinese ti fa crescere sotto ogni aspetto, come lavorano loro ce ne sono pochi in Europa. E sono contento per la Fiorentina, che ha dato continuità alle ambizioni». 

Quali allenatori mettiamo sul podio? 

«Spalletti e Montella: tirano fuori il meglio dei giocatori, anche umanamente». 

Nomi accostati spesso al Milan: che ne pensa di questa lunga crisi? 

«Con uno di loro il Milan avrebbe potuto ripartire davvero. Mi stupiscono tutte queste difficoltà per un club del genere. Avevo avuto qualche contatto anch’io, ma poi non se n’è fatto nulla, anche perché sono sempre stato extracomunitario». 

Come immagina la sua vita una volta smesso di giocare? 

«Avrei voluto fare il ministro dello Sport in Cile per cambiare un bel po’ di cose. Ma mi vedo di più a Coverciano».

Probabilmente per lui la valle del paradiso è lì. 

Fonte: La Gazzetta Dello Sport - Pasotto

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