Rassegna Stampa

Italia, mai dire gol

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 08-09-2015 - Ore 07:07

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Italia, mai dire gol

CORRIERE DELLA SERA - BOCCI - Il problema è sempre lo stesso: il gol. Il sale di una partita, la maledizione di Antonio Conte che a Palermo ha ritrovato l’Italia ma ancora una volta ha rischiato di gettare al vento la vittoria per l’inconsistenza offensiva degli azzurri. «Serve più cattiveria sotto porta. Se avessimo segnato il 2-0 quando ne abbiamo avuto la possibilità, non ci saremmo fatti prendere dall’ansia». E, in assoluto, non avremmo una media realizzativa così bassa: 1,3 reti a partita, come era successo 17 anni fa a Cesare Maldini, nel biennio che accompagnò la Nazionale ai Mondiali francesi del ’98. 
Conte spiega di non essere preoccupato: «Lo sarei di più se non creassimo niente. E invece dal quel punto di vista sono soddisfatto. Quando ci sono le occasioni i gol, prima o poi, arrivano». Il c.t. però non è fatalista e studia anche di notte per guarire l’anemia azzurra: prima ha abbandonato il 3-5-2, che è stato il suo cavallo di battaglia alla Juventus per il 4-3-3 e nei giorni di clausola a Coverciano ha sperimentato anche il 4-2-4 tornando agli albori della sua carriera di allenatore. 
L’attacco è un problema grave, un fardello che rischia di trascinare l’Italia a fondo. E gli interrogativi, nel momento cruciale delle qualificazioni, a nove mesi dall’Europeo, si accavallano: colpa del gioco o della qualità dei giocatori? Le altre Nazionali hanno un cecchino, noi invece facciamo fatica a trovarlo: Pellè, con appena due reti, è il più prolifico assieme a Chiellini (un difensore) e Candreva (un centrocampista). Non è colpa di Conte se l’Italia non è più un Paese per attaccanti: Zaza e Immobile soffrono in panchina nei rispettivi club, Gabbiadini non trova spazio a Napoli, Eder in Nazionale mostra i limiti che invece ha superato nella Sampdoria e il ritrovato El Shaarawy è una freccia sulla fascia ma non ha l’istinto del killer. I prossimi due mesi serviranno a capire se Giuseppe Rossi si è messo alle spalle i problemi al ginocchio e se Balotelli riuscirà a ritrovare se stesso. Conte, avvicinandosi a Euro 2016, si comporterà più da selezionatore che da allenatore: «Se l’Europeo fosse stato la scorsa estate avrei chiamato Toni», ammette. Gilardino, appena sbarcato a Palermo e Matri, nuovo centravanti della Lazio, possono sperare. 
Il c.t. confida di risolvere il problema in fretta anche perché il primo posto nel gruppo H non lo rassicura: «Siamo nel girone più difficile e equilibrato e adesso se ne sta accorgendo la Croazia». Che era prima e adesso rischia di precipitare nella roulette dei playoff. A ottobre ci attendono le ultime due partite, la lunga trasferta in Azerbaigian e lo scontro diretto casalingo (a Roma) contro la Norvegia. Possono bastare anche due pareggi. «Ma non c’è niente di scontato», il monito del tecnico. 
Da qui a giugno c’è tanto da fare e parecchi dubbi da chiarire. Il nervosismo di De Rossi, la crescita lenta dei giovani, la maturazione a singhiozzo di Verratti. Anche il ruolo di Pirlo, attaccato da Marotta e difeso a spada tratta da Buffon: «Per noi non è ancora arrivato il momento di smettere. Quando le partite diventeranno decisive e il pallone tornerà a scottare, Andrea sarà fondamentale». Conte è d’accordo. Ma al tempo stesso, avvicinandosi l’ora della verità, non guarderà in faccia nessuno. Sarà un c.t. con la valigia. Lui e il suo staff monitoreranno una cinquantina di giocatori in tutto il mondo. È il momento di stringere i tempi. Chi sbaglia perde il posto. 

Fonte: CORRIERE DELLA SERA - BOCCI

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