Rassegna Stampa

Iturbe: «Sognavo Kakà, ora ci gioco contro»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 19-01-2014 - Ore 10:15

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Iturbe: «Sognavo Kakà, ora ci gioco contro»

Il premio per la conferenza stampa più surreale dell’epoca contemporanea va al fu Gallipoli Calcio, che ci ha lasciato nel 2010 per riapparire sotto altro nome tra i Dilettanti. Era il febbraio 2010: la squadra è in B, ci sono problemi sui pagamenti arretrati e Giannini, l’allenatore, ha più dubbi di Amleto: «Mi dimetto o non mi dimetto?». Poche ore prima che il Principe abbandoni la nave, il presidente D’Odorico dice ai giornalisti: «Ho in mano il talento paraguaiano Iturbe, 17 anni, del Cerro Porteño. Ha qualità tipo Owen e Messi. Real Madrid e Roma lo hanno adocchiato. Ma lo porterò qui a Gallipoli». Avanti con il nastro di quattro anni, Iturbe è arrivato in Italia per altre vie e ha superato tutti a destra, come in campo: ci sono buone possibilità che in estate metta una maglia giallorossa. È quella della Roma, non del Gallipoli.

Dimentichiamo la Puglia e concentriamoci su Milano: domani c’è Milan-Verona, la prima di Seedorf.

«Curioso: Clarence Seedorf mi è sempre piaciuto. Da ragazzino, nel Milan di Ancelotti, i miei preferiti erano lui e Pirlo».

Una qualità su tutte?

«Era un vincente. Ha vinto tutto, anche più di una volta».

L’Italia di dieci anni fa vista dall’Argentina. Quali sono i ricordi principali?

«Il primo è facile: Zanetti. Poi il Milan di Kakà, la squadra più forte del mondo tra tutte quelle viste da piccolo».

La prima a San Siro è andata maluccio: 6 in pagella ma 4-2 per l’Inter. Le è piaciuta la città?

«Muy linda, molto carina. Certo, diversa da Buenos Aires, in cui ho vissuto negli anni Novanta».

Erano giorni da calcio mattino- pomeriggio-e-sera?

«Giocavo sempre, sempre. Non con papà però, lui faceva il muratore e lavorava tutte le sere fino a tardi. Vengo da una famiglia di lavoratori, una famiglia cattolica».

Tweet del 29 dicembre, dopo il pauroso incidente d’auto in Paraguay, per fortuna senza conseguenze:

«Grazie a Dio perché posso dividere una cena con la famiglia».

Che impressione fa l’Italia?

«Mah, avete Città del Vaticano... però è strano, non vedo gente che va in chiesa».

Iturbe invece, quando non è sul campo che fa?

«Mangerei sempre, anche perché non sono a dieta. Se posso scegliere, è facile: carne ».

Meglio andare in Europa con il Verona o al Mondiale con l’Argentina?

«No dai, non lo so. Di sicuro, essere un attaccante argentino è uno dei lavori più difficili del mondo, con tutta quella concorrenza».

Obbligatorio rispondere con un nome solo. Chi è stato il mito calcistico dei suoi primi anni?

«Dinho, poi Messi. Ma anche Paolo Rossi… el más grande ».

Il migliore della A? «Tevez». Il miglior portiere?

«Quello del Genoa… Perin ».

Il difensore impossibile da dribblare?

«Mmm, non so. In cambio vi dico il miglior centrocampista: Pogba».

E lo stadio? Si va a San Siro…

«No, lo Juventus Stadium».

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