Rassegna Stampa

Juve-Roma, Coppa mezza piena

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 06-11-2015 - Ore 07:50

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Juve-Roma, Coppa mezza piena

GAZZETTA DELLO SPORT - VERNAZZA - In Champions League , con diverse gradazioni e sfumature, le due italiane se la cavano. La Juve è quasi qualificata, la Roma è ancora in corsa nonostante le ultime due folli prestazioni contro i tedeschi del Bayer Leverkusen. C’è la ragionevole possibilità che tutte e due entrino negli ottavi. I punti delle classifiche dei gironi però non dicono tutto, se si vuole capire di che pasta sono fatte le squadre bisogna guardare altri numeri. 
BELLA SCOPERTA Così, a spulciare nei report statistici, si scopre che Juve e Roma in Europa mantengono un atteggiamento e in Italia un altro. Niente di clamoroso o stupefacente, semmai la conferma che la Champions è una cosa, una specie di Nba del calcio, e la Serie A un’altra, un torneo nazionale di più basso livello come è ovvio che sia. Bella scoperta. Per farla breve, e per sintetizzare, in Italia la Juve e la Roma «fanno» le partite, o cercano di farle, mentre in Europa più che altro le subiscono. Le gare dell’ultimo giro di Champions parlano chiaro. La Juve, a Mönchengladbach, si è sottomessa al Borussia - vantaggio territoriale 56 per cento a 44 per i tedeschi - e ha lasciato agli avversari il dominio del pallone, come dimostra il dato sui passaggi, 670 a 281 per i borussiani. Gigi Buffon è stato il migliore in campo, con un altro portiere la Juve ci avrebbe lasciato le piume. La Roma, all’Olimpico, ha concesso l’iniziativa ai rivali. Vantaggio territoriale 44 per cento a 56 per la formazione di Schmidt - curiosamente percentuali identiche a quelle di Borussia-Juve - e possesso del pallone 55.1 per cento a 44.9 per gli ospiti. Chiari indizi di un ritorno alle origini. Nell’Europa che conta, i due club italiani hanno rilucidato il caro vecchio gioco all’italiana. Aspettare e ripartire in contropiede. Una scelta obbligata, dettata dalla necessità, e dall’intensità degli avversari. La Juve ha una fase difensiva degna, anzi notevole, appena due i gol subiti in quattro giornate di CL. La Roma è italianista a metà. Dispone di contropiedisti letali come Salah e Gervinho, attacca alla grande gli spazi e segna di conseguenza - 10 gol sono tanti -, ma non difende di squadra come si deve e la sua porta è spalancata: 10 le reti prese in 4 giornate, troppe. 
DIFFERENZE In Champions la realtà è quella appena descritta, al di là di ciò che raccontano i due allenatori. Per rendersene conto basta comparare gli indicatori tra CL e campionato (vedere infografica in pagina). In Serie A, e rispetto alla Champions, Juve e Roma hanno più possesso palla e mantengono un baricentro migliore. Il dato sul possesso è quello che colpisce, perché sia per l’uno sia per l’altro club ci sono praticamente 15 punti percentuali di differenza tra campionato e Coppa, a beneficio del primo. Avere il controllo dell’«attrezzo» non garantisce in automatico la vittoria, però è indice di spirito di iniziativa e di solito si riflette o si ritorce sulla produzione offensiva. Non per casualità, in campionato, Juve e Roma tirano di più da dentro l’area: sette conclusioni a gara di media nei sedici metri in Europa, dieci in Italia. Idem la precisione nei passaggi, migliore di tre punti percentuali in Italia per la Juve (87 per cento a 84) e di nove per la Roma (85 per cento a 76). Unica cifra in controtendenza la linea media del recupero palla romanista, che per ora è più alta in Europa. Quella di Garcia è squadra da montagne russe e una contraddizione ci sta. 
TENDENZE Juve e Roma esportano in Champions League l’ultima moda del nostro calcio, il restauro del vecchio contropiede, che oggi si chiama ripartenza perché è più fine. Non si trova un tecnico disposto ad ammetterlo, ma la realtà è questa. Da noi si osservano diversi 4-3-3 tendenza 4-5-1, con ali snaturate, costrette a trasformarsi in terzini aggiunti. Nell’attuale Serie A quanti allenatori possono dire di essere offensivisti puri, e non misti o ibridi? Quanti cercano di imporre il proprio gioco ovunque e comunque, a prescindere dall’avversario? A nostro parere quattro: Sousa (Fiorentina), Sarri (Napoli), Di Francesco (Sassuolo) e Gasperini (Genoa). Nota di merito anche per Giampaolo, che a Empoli, non al Real Madrid, si industria per essere propositivo e non distruttivo. Cinque su venti, un quarto della torta. Gli altri 15 si adattano e si aggiustano. Mancini, sull’attesa dell’avversario, ha edificato il primato dell’Inter, e le sei vittorie per 1-0 ne sono la dimostrazione. Mihajlovic al Milan si è rimesso in carreggiata quando ha smesso di inseguire la chimera del trequartista. Allegri non ha ancora trovato la quadra della nuova Juve, passa con disinvoltura da un sistema di gioco all’altro, e non si capisce bene che animale sia diventato la sua creatura. Garcia non ce la fa a equilibrare le due fasi e, in attesa che le cose in qualche modo si sistemino, si arrangia con la palla lunga per Salah e Gervinho o coi lampi di genio di Pjanic: l’esito è la classica prevalenza dell’individualismo sui meccanismi collettivi. Non tutti i mali arrivano per nuocere, la riabitudine all’italianismo calcistico potrebbe giovare alla Nazionale di Conte, attesa dall’Europeo in Francia. In fondo l’ultimo Mondiale vinto, nel 2006, l’abbiamo portato a casa grazie alla solidità difensiva. 

Fonte: GAZZETTA DELLO SPORT - VERNAZZA

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