Rassegna Stampa

L’importanza di chiamarsi Gervinho

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 28-01-2014 - Ore 16:07

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L’importanza di chiamarsi Gervinho

Parlare di Gervinho è una delle operazioni più complesse che possano esserci. Il rischio è quello di bollarlo come un fenomeno o come un bidone a seconda delle circostanze. A giudicare dalle prestazioni contro Juventus e Verona (nel complesso 2 gol segnati e un assist prodotti) si propenderebbe per la prima categoria. Osservandolo attentamente nelle giornate no (ad esempio Roma-Livorno) si virerebbe di sicuro nella seconda. La realtà dei fatti, però, sta nel mezzo. Gervinho è un giocatore che a volte fa numeri da fenomeno, altre commette errori che farebbero la gioia della Gialappa’s dei vecchi tempi. Perché, allora, un calciatore simile è così importante negli ingranaggi della Roma?

Chiedete a Rudi Garcia e avrete la risposta. Il tecnico giallorosso ha lanciato l’ivoriano nel 2007 a Le Mans, se l’è portato a Lille nel 2009 e nel 2011 lo ha venduto a peso d’oro all’Arsenal (12 milioni di euro). Adesso lo ha chiamato nella Capitale, dove il classe 1987 è arrivato tra lo scetticismo generale per poi divenire una rivelazione nella rivelazione. 6 gol segnati in 19 partite stagionali. Già due in più di tutto il 2011-12 con i Gunners (37 presenze), soltanto una rete in meno del 2012-13 (26). Se si aggiungono 6 assist il confronto diventa impietoso e rimette Gervinho in linea con le due stagioni passate con Garcia a Lille: 18 reti in 43 presenze alla prima (0,41 di media a partita, 18 in 50 alla seconda (0,36). Ora siamo a 0,31 gol per match, se si calcola anche un certo divario tecnico che – si spera – intercorre tra la Ligue 1 e la Serie A attuale, siamo perfettamente in linea.

Il feeling tra Gervinho e Garcia è innegabile e si traduce nei numeri che abbiamo snocciolato. Il perché tra i due sia scoccata la scintilla è invece spiegato dalla struttura di gioco voluta dal tecnico francese. Se critici illustri hanno paragonato il calcio di Garcia al “quadrato magico” della Francia anni Ottanta, è perché anche la Roma pratica un 4-3-3 che vive e prospera su un centrocampo di grande tecnica. Palleggio, palleggio e ancora palleggio. Con Totti che funge da terminale ultimo di un gioco improntato sul grande possesso palla.

Ma quel quadrato non può essere chiuso. Il possesso non può essere fine a se stesso e deve trovare sbocchi negli spazi. Spazi che Pjanic e Totti – due che per caratteristiche tecniche devono giocare con il pallone tra i piedi e non ricevendo in movimento – non creano affatto. A quelli contribuiscono i due terzini (una coppia di ali aggiunte) e, appunto, Gervinho. Un giocatore che per esplosività fisica non può essere paragonato a Ljajic, un esterno d’attacco unico nel suo genere. Nel nostro campionato e non. Ma soprattutto nelle squadre di Garcia.

Che hanno tremendamente bisogno di quelle corse sfiancanti sulla fascia, di quei tagli improvvisi dentro il campo. E di quelle soluzioni alle volte caotiche ma sempre imprevedibili. Molto si può dire di Gervinho. Molti difetti gli possono essere imputati. Ma di certo non si può negare la sua imprevedibilità, il suo farti arrabbiare per un incredibile errore sotto porta immediatamente seguito da un assist tirato fuori dal nulla.

Garcia sa questo e questo gli basta. Non chiede a Gervinho di fare Totti e nemmeno Ljajic. Gli chiede soltanto di essere se stesso. E correre, correre, ancora correre. Garcia e il suo centrocampo totale pensano all’organizzazione, l’ivoriano ci mette il caos. Qualcosa di buono – con le sue accelerazioni e i piedi buoni altrui – prima o poi succederà. A Roma, come a Lille e come a Le Mans, sta accadendo eccome.

Fonte: eurosport.yahoo.com

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