Rassegna Stampa

L’uomo «dietro le quinte» lascia Trigoria

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 31-01-2016 - Ore 08:39

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L’uomo «dietro le quinte» lascia Trigoria

IL TEMPO - Gli abbiamo sempre detto di averlo visto con i calzoni corti distribuire i biglietti di ingresso allo stadio Olimpico. Maurizio Cenci era davvero uno sbarbatello quando Ezio Radaelli, consigliere del club giallorosso, su indicazione di Gilberto e Moreno Viti, lo chiamò all'interno degli uffici di via Lucrezio Caro perché serviva un giovane di belle speranze, che amasse la Roma e, soprattutto, che avesse voglia di lavorare.

Da allora, era il 24 ottobre del 1965, sono passati più di cinquanta anni nei quali Maurizio, con grande spirito di sacrificio, a volte sopportando soprusi ed «entrate a gambe tese», ha tenuto fede al suo primo giuramento nei confronti della «magica», onorandola, in qualsiasi campo sia stato impegnato, promuovendola nel migliore dei modi soprattutto quando nelle varie gestioni, la Roma s’è trovata a lottare all’estero e in Italia per le Coppe che sono custodite in bacheca.

Gli ultimi tempi non sono stati felici, a volte la sua alta professionalità non è stata riconosciuta, ma su questo Cenci sorvola «Perché - dice - è da tempo che mi son tolto i sassolini dalle scarpe e poi, come vuole la canzone: la Roma non si discute, si ama».

Maurizio Cenci, alla Roma, ha portato avanti una bellissima serie di lavori: «Ho iniziato - ricorda - facendo servizio allo stadio, consegnando i biglietti alle ricevitorie, gestendo il servizio di ricetrasmittenti tra i vari angoli dello stadio, visto che la Roma è stata la prima società a fornirsene. Insieme con Gilberto Viti, Gratton e Gargani siamo stati i primi a dar vita al marketing e ad azionare lo sfruttamento del marchio, il famoso lupetto, voluto da Gaetano Anzalone».

Insomma un club altamente appassionato ed efficace. Niente a che vedere con il management e l’ossessiva tecnologia. Nel momento in cui Maurizio s’è trovato a svolgere una serie infinita di compiti, portati a compimento col sorriso sulle labbra. Probabilmente quello che manca a chi si ostina a far credere che la Roma è ancora una grande famiglia.

Fonte: IL TEMPO

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