Rassegna Stampa

La Roma è senz’anima, va avanti il piccolo Spezia. Garcia appeso a un filo

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 17-12-2015 - Ore 08:29

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La Roma è senz’anima, va avanti il piccolo Spezia. Garcia appeso a un filo

LA REPUBBLICA - PINCI - In un pomeriggio capitolino la Roma è implosa, abbandonandosi a un ingestibile desiderio di autodistruzione, una pulsione di morte, direbbe Freud. La furia autolesionista di un gruppo svuotato nell’anima provoca l’imponderabile trasformando un tranquillo ottavo di coppa Italia in uno psicodramma lungo due ore e mezza. La Roma si accanisce su quel che resta di sé, infilando l’ennesima giornata di dolore. Il funerale della squadra che avrebbe dovuto diventare una regina lo celebra il piccolo Spezia di Di Carlo, che ai rigori si prende i quarti correndo a festeggiare in un Olimpico silente e deserto (7167 paganti) sotto la curva dei quasi 3mila tifosi venuti dalla Liguria. Mentre l’altro pezzetto di stadio contestavaGarcia, per la prima volta, dopo il terzo 0-0 consecutivo (prima Bate e Napoli) e i due rigori sciagurati di Pjanic (traversa) e Dzeko (altissimo), gli artefici della vittoria con la Juve che ad agosto aveva illuso, diventati oggi invece costosissime icone della disfatta. «Sosterrò la squadra fino alla morte», diceGarcia, evocando forse quello che vede: un epilogo. Evidente, nei fatti e nei numeri dell’anno 2015, in cui la Roma è quinta con 5 punti meno della Fiorentina. E in quelli di una partita in cui sono serviti 120 minuti e 3 rigori per fare un gol alla terzultima difesa della serie B, che ne aveva presi 5 a Trapani e altrettanti a Cesena.

Pallotta avrebbe mandato via Garcia già a settembre, dopo il 2-3 di Borisov, la dirigenza garantì per lui. Le cose possono cambiare. I manager ne hanno parlato dopo la partita, ignorando l’allenatore, oggi confronto a Trigoria: far finta di nulla è impossibile, valutare le alternative inevitabile. «Se affonda Garcia affondiamo tutti », ha detto Sabatini, ma finora più del vincolo di sangue, a tenere inspiegabilmente a galla un allenatore incapace di dare non solo un’anima, ma anche un anelito di vita al gruppo è lo stipendio di 230 mila euro al mese fino al 2018, 2,7 milioni lordi all’anno. Alternative ce ne sono: Lippi è disponibile, resta la prima scelta e c’è chi si dice certo di un contatto col club nel pomeriggio di ieri. Anche Spalletti si è proposto. Ma cambiare potrebbe far saltare il progetto di assicurarsi Conte in estate, perciò la scelta è sempre stata non scegliere. Oggi per la prima volta si valuterà l’idea di pensare al presente e salvare una stagione altrimenti finita già a dicembre. Stessi dubbi che animano l’altra squadra della Capitale: oggi il laziale Pioli rischia tutto.
Intanto lo scollato gruppo romanista sembra vivere di prospettive divergenti: c’è chi comeRüdiger dallo stadio è scappato furente, prendendo a spallate le transenne. E chi la prende come Gervinho e i suoi amici, usciti ridacchiando, o Iago Falque, che scambiava effusioni con la fidanzata. Chissà con che animo parteciperanno stasera alla cena di Natale. Ieri Garcia ha usato la parola fallimento per la mancata qualificazione, lasciandosi andare a proclami: «Vincere col Genoa senza se e senza ma»; «Domenica dobbiamo tornare lupi». Ma come il tale che cade dall’ultimo piano del grattacielo ripetendosi a ogni piano “fin qui tutto bene”, Garcia pare ignorare che il problema - suo e della Roma non sia più la caduta. Ma l’atterraggio.

Fonte: LA REPUBBLICA - PINCI

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