Rassegna Stampa

La storia Il fuoco del fenomeno Belgio giovane, multirazziale, unito La collaborazione «Abbiamo copiato i centri federali francesi uniti al modello tattico olandese»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 12-11-2015 - Ore 07:48

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La storia Il fuoco del fenomeno Belgio giovane, multirazziale, unito La collaborazione «Abbiamo copiato i centri federali francesi uniti al modello tattico olandese»

CORRIERE DELLA SERA - TOMASELLI - Dentro al laboratorio Belgio, lui è quello che riaccende il fuoco al momento giusto. Mario Innaurato, braccio destro del c.t. Marc Wilmots si è diplomato preparatore atletico a Coverciano nel 2003, ha preso il patentino per allenare a Liegi e percorso gli ultimi 10 anni dentro al calcio belga, dividendosi tra i club (Standard, St Troend, Anderlecht) e le nazionali. Da qui ha visto crescere una generazione di fenomeni, che da venerdì ha piantato la bandiera in cima al ranking Fifa. E che tra la nazionali europee è quella col più alto valore di mercato: 300 milioni di euro solo per la formazione titolare. 
«Siamo orgogliosi di quello che stiamo facendo, in un Paese che di solito non è molto fiero di sé — dice Innaurato, nonni abruzzesi emigrati in Vallonia, belga di terza generazione ma con un «rifugio» italiano a Trarivi di Montescudo sulle colline riminesi —. Lo sbaglio grosso adesso sarebbe quello di crederci più belli di quello che siamo. Teniamo i piedi per terra e aspettiamo l’Italia con entusiasmo. La nazionale appartiene alla gente, che la segue molto. E questa è la motivazione più grande: dare l’immagine dell’unità del paese. È qualcosa di molto bello anche per i figli o i nipoti degli immigrati, come me e come tanti nostri giocatori». 
Il limite di un piccolo Paese — solo 11 milioni di abitanti — è diventato la piattaforma ideale per una crescita che in 10 anni ha riportato il Belgio 2.0 ai momenti belli vissuti negli anni 80. Le sue diversità sul campo di calcio sono diventate l’arma in più. «La nostra cultura è la nostra ricchezza — sintetizza Innaurato —. In Vallonia la formazione è più franco-italiana. Nelle Fiandre, fiammingo-olandese. Abbiamo quindi preso il modello dei centri federali francesi unito al modello tattico olandese. È stata fondamentale la collaborazione tra le scuole, la federazione e i club: consentire ai ragazzi di allenarsi anche al mattino ha permesso loro, come studenti, di mantenere sempre un piede nella realtà. E come giovani atleti di effettuare carichi di lavoro più elevati. Se a tutto ciò aggiungiamo le origini multiculturali e multirazziali dei nostri ragazzi, ecco che il mix diventa molto interessante». 
Per portare il laboratorio a pieno regime però serve un tocco speciale. Quello lo ha portato il c.t. Wilmots: «C’è stata una presa di coscienza delle nostre qualità e un netto cambio di mentalità — spiega Innaurato —. Con gran parte dei ragazzi della nazionale lavoriamo dal 2008, dall’Olimpiade di Pechino (dove la vittima del Belgio fu l’Italia ndr ): la fame di allora è rimasta, anche se molti ormai sono calciatori affermati. La nostra Under 17, che è arrivata in semifinale al Mondiale, vuole vincere sempre. Non ci accontentiamo più. Da Wilmots arriva l’input, lui dà le regole al gruppo. È come un fratello maggiore, molto severo, ma che capisce i ragazzi. E a ogni raduno c’è grande voglia di ritrovarsi. Per la nazionale di Conte abbiamo comunque grande rispetto. E poi mi sembra che anche in Italia le cose siano cambiate e si giochi di più a viso aperto. Per noi, contro una squadra che ha conquistato quattro titoli mondiali, è già un onore giocarcela alla pari». 
La qualità del Belgio è anche nella sua gioventù, nei suoi evidenti margini di crescita: «Anche come atleti, ho a disposizione dei ragazzi quasi tutti sopra la media. Nainggolan? Ha una mentalità da guerriero a disposizione del gruppo, ma il nostro uomo chiave è Kompany, proprio per il suo essere “molto belga”, in riferimento a quello che dicevo sull’unità delle due parti del Paese. Al Mondiale eravamo la seconda squadra più giovane — continua Innaurato —. Adesso arriviamo all’Europeo con più esperienza. Ma da noi è ben chiara la differenza tra formazione e competizione. La prima può durare fino alla prima squadra. Forse la diversità con l’Italia è proprio questa: in Belgio, per obbligo o per scelta, accettiamo che i giovani possano sbagliare: guardate Tielemans dell’Anderlect, a 18 anni già al secondo campionato da titolare. Se si accettano gli errori, è molto più facile fare crescere i ragazzi». 

Fonte: CORRIERE DELLA SERA - TOMASELLI

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