Rassegna Stampa

La storia L’ultimo metro di Bailey prima del sogno

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 29-07-2015 - Ore 07:43

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La storia L’ultimo metro di Bailey prima del sogno

CORRIERE DELLA SERA - Ha inciampato due volte negli ultimi venti metri, ma si è rialzato, ha superato il traguardo quasi saltellando e alla fine ha abbracciato suo padre. Bailey Matthews vive a Worksop, nella contea inglese di Nottingham, quella di Robin Hood, ha 8 anni, una paralisi cerebrale diagnosticata quando aveva 18 mesi, movimenti sconnessi delle gambe e un equilibrio complicato. Eppure ha voluto sfidare la sua malattia e si è iscritto a una gara di triathlon, il Castle Howard Triathlon nel North Yorkshire (100 metri di nuoto, 4 km di bicicletta, 1.3 di corsa): sì, è Bailey che da anni vuole mettersi alla prova, ha cominciato ad allenarsi pedalando, poi ha provato a nuotare nel lago vicino a casa. 
Il video che riprende l’ultimo tratto della corsa è commovente: una folla che lo incita con applausi e urla; suo padre Jonathan, un omone atletico, che lo segue a qualche metro di distanza; Bailey che butta avanti i suoi passi sgangherati reggendosi al deambulatore, Bailey che sembra cedere alla fatica stremato, che con una smorfia di gioia gira lo sguardo alla folla e che come spinto dall’entusiasmo decide di abbandonare ogni sostegno e di andarsene da solo allargando le braccia, quasi volando, che resta in equilibrio per tre quattro passi, cade, si tira su, barcolla, due tre quattro cinque passetti rapidi e traballanti mulinando il braccio destro e lasciando penzolare il sinistro, ricade su un fianco, arranca a quattro zampe sul terreno, si rialza con uno sforzo immane e trascinando i piedi riprende a saltellare tra terra e cielo come una farfalla ferita verso il traguardo, mentre suo padre, che con una mano ha preso il girello, lo osserva di spalle, finché superato il traguardo nel tripudio della gente si china ai suoi piedi, lo stringe a sé e si lascia stringere a sé. 
E poi ci sono le fotografie. Una in particolare: quella che ritrae l’abbraccio del padre, la sua testa pelata poggiata alla testa del figlio, gli occhi in lacrime, le sue grandi spalle tatuate e pelose che accolgono la fragilità eroica del piccolo. Un’immagine di forza e tenerezza paterna. «Orgoglio» è stata la prima parola di papà Jonathan e di mamma Julie, che hanno saputo assecondare i suoi desideri e il suo coraggio. Difficile dire quanto l’urlo della gente abbia dato energia alle gambette di Bailey e quanto invece la forza interiore di Bailey abbia dato voce alla folla. Ma non importa. Bailey ha tagliato il traguardo e l’esplosione di gioia è stata comune, come si trattasse di una finale olimpica. «È sempre stato un bambino determinato — ha detto la madre —, non si ritiene diverso dagli altri». 
Gli «altri», che hanno gareggiato con lui, sono 500 bambini senza problemi fisici. «Ha sempre fatto fatica per azioni che i suoi coetanei danno per scontato, come vestirsi». O nuotare, pedalare, correre. Sarà banale stare a precisarlo, ma quante cose si possono imparare dalla favola di un bambino che sfida i propri limiti fisici e di un padre che lo vede cadere senza intervenire, lasciando che sia lui a rialzarsi, ma che partecipa della sua fatica, che gli fa sentire la sua vicinanza senza cedere alla tentazione (umana, paterna) di soccorrerlo. Perché ha capito che per aiutarlo non serve accorrere al primo tonfo e neanche al secondo: aiutarlo significa lasciare che ci provi da solo, una volta rotolato per terra, a riprendere il cammino. Non per arrivare primo, ma per raggiungere il proprio obiettivo. Quello che per altri sarebbe il minimo e che per lui è il massimo della felicità. Quando non c’è superbia né viltà o rassegnazione, c’è la consapevolezza dei sogni realizzabili: questo ha insegnato Bailey ai suoi coetanei cosiddetti normodotati. 

Fonte: CORRIERE DELLA SERA

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