Rassegna Stampa

Lasciamogli gli stadi e vediamo quanti sono

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 19-04-2015 - Ore 06:47

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Lasciamogli gli stadi e vediamo quanti sono

SETTIMANA nera. Il tifo violento alza le mani e la voce. Gli infami striscioni apparsi all'Olimpico contro la madre di Ciro Esposito, con la Curva Sud oggi parzialmente chiusa, non hanno provocato un minimo di riflessione ma solo emulazione. I giocatori del Cagliari sono stati minacciati e aggrediti. A Varese gli ultrà devastano il campo e lo rendono inagibile. Rinviata la partita con l'Avellino. James Pallotta 8,5, che si capisca subito da che parte sto. Con Pallotta dovrebbero stare tutti quelli che preferiscono il calcio amato al calcio armato. Oggi all'Olimpico si gioca una partita molto più importante dei tre punti e si gioca fuori dallo stadio. Di guerre ce n'è fin troppe, e vere, nel mondo. Cerchiamo di usare bene le parole. Non è una guerra ma uno scontro quello del presidente della Roma con una minima parte della sua curva, ed è uno scontro di civiltà. Sia pure con un po' di ritardo, forse dovuto a scarsa comunicazione tra Roma e Boston, Pallotta ha parlato, ha usato parole dure e chiare. Chi si comporta male, ammorbando anche l'atmosfera intorno alla squadra, dev'essere buttato fuori dallo stadio e mai più rientrarci. A botta calda, ho letto su diversi giornali un fondo il cui titolo unificante sarebbe “Non lasciamolo solo”. A botta meno calda, Pallotta non è solo ma nemmeno in folta compagnia. Non una parola da Juve, Napoli, Inter, Milan. Appoggio da squadre più piccole che non hanno questi problemi (Empoli, Cesena). Appoggio dall'Atalanta, che pure la settimana prima si era fatta catechizzare dalla curva, con il mitico (per loro) Bocia a indicare la retta via. E, peggio ancora, un allenatore non di primo pelo, Reja, a dire che si era trattato di un confronto positivo. Reja sa quanto lo stimo e proprio per questo il voto è abbassato: 3. Di confronto non ha parlato Zeman, dopo l'irruzione di una ventina di tifosi negli spogliatoi del campo d'allenamento di Assemini, venerdì. «Per un confronto bisogna essere in due, ma hanno fatto tutto loro», ha detto Zeman sdrammatizzando a modo suo. Loro i tifosi, forse gli stessi che si erano distinti prima di Cagliari-Cesena prendendo a mazzate pacifici tifosi romagnoli, anche donne, che stavano pranzando nei dintorni dello stadio. Oltre ai soliti inviti urlati (“dovete sputare sangue, tirate fuori i coglioni”) pare sia volato qualche schiaffo all'indirizzo dei giocatori. La società ha smentito che vi sia stata violenza, dunque è molto probabile che vi sia stata. A Varese venerdì i tifosi hanno distrutte le porte e le panchine, così è stata rinviata la partita con l'Avellino. Dal Corriere.it di ieri: «Droga e armi nel box del capo ultrà». Riassumo: un tale di 43 anni, che aveva cumulato 30 anni di carcere per svariate rapine, uscito nel 2008, membro del direttivo della curva milanista, aveva una cantina ben fornita: 20 chili di hashish, 8 etti di coca, una mitraglietta Skorpion, un fucile Winchester a canne mozze, sette pistole: una Beretta 98, una Cz 45 parabellum, una Sauer & Son con silenziatore, una Walther P99, una Tecnema, una Glock e una Beretta 92S. E altra robetta: 3 revolver (2 Smith &Wesson e una Colt modello Detective), un giubbotto antiproiettile, alcune bombe carta e qualche fumogeno. Come le aziende, molte curve hanno un direttivo che decide la politica da adottare, in casa e fuori. Hanno i colletti bianchi e la manovalanza per i lavori sporchi. Hanno chi dà gli ordini e chi li esegue. Hanno bilanci con entrate e uscite.IR Hanno avvocati piuttosto abili sulle leggi che valgono per gli altri. Ma ne riconoscono solo una: la loro. Attenzione: non sto dicendo che tutti gli ultrà e tutte le curve sono uguali, né che siano tutti delinquenti. Delinquenti ce ne sono anche nelle tribune cosiddette d'onore. Sto dicendo che la legge del branco prospera indisturbata o quasi e fa male a tutto il nostro calcio. Fa meno male, ma sorprende, leggere di una sentenza che assolve quattro tifosi veronesi che avevano fatto il saluto romano nello stadio di Livorno sostenendo che “la manifestazione sportiva non è il luogo deputato a fare opera di propaganda politica”. Saranno 40 anni che lo è, ma lasciamo perdere. Il concetto di stadio come zona franca ne esce rinforzato. Fabrizio Bocca, nel suo blog su repubblica.it, ha suggerito ai calciatori di saltare una domenica. Idea suggestiva, ma dubito che la media dei calciatori abbia la stessa sensibilità del suo presidente Tommasi, che con Pallotta si è schierato. La mia idea è ancora più pazza: che per una domenica, mettiamo la prossima, tutta la brava gente non andasse allo stadio, e che entrassero solo quelli del branco, i padroni del calcio, che l'hanno scippato alla maggioranza con le cattive maniere. Contiamoci, contiamoli, li contino i presidentoni e i capi delle tv a pagamento. E poi decidano da che parte stare, che aria preferiscono respirare. Per cambiare aria: sabato scorso West Bromwich Albion- Leicester. Finisce 2-3 ma ha poca importanza. Per ricordare il suo ultimo titolo, la Coppa d'Inghilterra del 1968, il Wba indossa le divise di quel giorno, numerazione dall'1 all'11, niente sponsor sulla maglia. Portiere in verde, gli altri in bianco con calzettoni rossi. E per ricordare Jeff Astle, il centravanti, che segnò il gol decisivo all'Everton. È morto nel 2002. Da allora la moglie sta conducendo una battaglia legale a fini pensionistici. Il club è con lei e con lei tutti i tifosi. Non camminerà mai sola.

Fonte: La Repubblica - Gianni Mura

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