Rassegna Stampa

Le bandiere non sventolano più

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 27-07-2016 - Ore 08:52

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Le bandiere non sventolano più

IL TEMPO - CICCOGNANI - Da eroi a traditori. Un passo breve se hai a che fare con il mondo del calcio. C’erano una volta le bandiere, quei giocatori che dichiaravano amore eterno a una maglia, a dei colori, a un club. C’erano una volta Giacinto Facchetti e Giacomo Bulgarelli, poi vennero Paolo Maldini, Alessandro Del Piero, Francesco Totti, icone di un calcio che non c’è più. Perché le bandiere nel pallone raccontavano, e ancora oggi raccontano, quelli che taluni calciatori sono stati nella loro storia. Colori e passione che non sfioriranno mai. O meglio che non avrebbe dovuto sfiorire. Giacinto Facchetti era il leader e il capitano della grande Inter di Herrera e Angelo Moratti, il nerazzurro tatuato nell’anima. E con quei colori negli occhi si è addormentato per sempre. Lo chiamavano gentleman per quella signorilità che mostrava in campo e fuori. Così comeBulgarelli, l’«onorevole», come lo ribattezzò il super tifoso Villani, anima e cuore del vecchio e grande Bologna che nel ’64 conquistò all’Olimpico di Roma uno storico scudetto contro l’Inter. Le prime vere grandi bandiere che nella storia non sono mai state ammainate, come quella di Sandro Mazzola che con la maglia nerazzurra dell’Inter vinse tutto quello che c’era da vincere. Poi arrivarono Maldini, Del Piero, Nesta e Totti, con storie ed epiloghi diversi.

Paolo è stato l’anima del grande Milan al pari di Franco Baresi, rossonero dalla testa ai piedi, ma per Paolo un addio al veleno con la contestazione della curva che da festa di addio si trasformò nel peggiore degli incubi. Come l’addio di Alessandro Nesta, l’aquila portata con orgoglio sul petto, che dalla sera alla mattina scoprì di essere stato ceduto insieme a Crespo per fare cassa. Come la storia di Alex Del Piero, cuore bianconero, la storia di un grande amore, capace in pieno scandalo Calciopoli di ricompattare la squadra ed evitare l’esodo di massa. Ma neppure quel gesto bastò per evitargli l’epurazione. La Juve lo lasciò senza contratto dimenticando in un colpo solo quella riconoscenza che avrebbe dovuto al suo ambasciatore nel mondo.Infine Francesco Totti, la vera, unica bandiera che nessuno è riuscito ad ammainare e che ancora oggi, prossimo ai 40 anni, sventola, per l’orgoglio del popolo giallorosso, sulla città di Roma e nel mondo. Questo quello che il pallone racconta. Le storie di un calcio che non c’è più, passato dall’amore al tradimento in un nanosecondo. Come quello diGerrard, una storia in rosso, che il Liverpool ha lasciato partire scatenando l’ira dei suoi tifosi. Senza un briciolo di riconoscenza. Come Alessandro Nesta, un altro grande laziale, Beppe Signori, venne ceduto da Cragnotti al Parma nel 1995 per 25 miliardi che sarebbero serviti per acquistare Pippo Inzaghi e il bomber del Bilbao Guerrero. Era l’anima di quella Lazio e appena la notizia iniziò a passare di vicolo in vicolo, esplose la rabbia del popolo biancoceleste che poche ore dopo costrinse la società ad annullare la trattativa. Il popolo della Firenze Viola, si scatenò (incidenti gravissimi con auto incendiate in pieno centro) per la cessione di Roberto Baggio alla Juventus. 

Questione di cuore ingrati, come Josè Altafini che anticipò di molti anni Higuain. Stesso amore e stesso percorso, da bandiera del Napoli alla Juve. Ma forse adesso che Higuainha ripercorso la stessa strada, non sul cammino di Santiago di Compostela, ma sul cammino verso Torino, qualcuno potrebbe anche dimenticare quell’alto tradimento. E come per Signori, anche il Toro ebbe a che fare con i propri tifosi che si ribellarono alla cessione di Gianluigi Lentini al Milan. Fuoco e fiamme in Spagna quando Luis Figo passò dal Barcellona al Real Madrid. Manfredonia riuscì in un colpo solo ad uniore tifosi laziali e romanisti quando dalla Juve venne prelevato dalla Roma. Nessuno, tra le due tifoserie, lo ha mai perdonato. Non solo calciatori, anche allenatori, perché nessuno a Roma, sponda giallorossa, ha dimenticato lo sgarbo di Fabio Capello («non andrò mai alla Juve») passato nel breve volgere di una notte dalla Roma proprio alla Juventus. E di Sinisa Mihajlovicparliamo o sorvoliamo? È ancora vivo nella memoria dei tifosi interisti il video «chi non salta rossonero è», per poi passare, lo scorso anno, proprio alla corte di Berlusconi. Stesso percorso per Ronaldo, quello brasiliano, che all’Inter ha vissuto anni indimenticabili, e che dopo la parentesi al Real è tornato in Italia per vestire la maglia delMilan. Cosa che i tifosi nerazzurri non gli hanno mai perdonato. E per ultimo Pjanic, che però non ha scatenato guerre ma solo l’ironia del web, ed Higuain, che hanno lasciato un pezzo di cuore, Roma e Napoli, per abbracciare il bianconero. E allora, in un mondo di traditori , di bandiere ammainate, onore agli americani (Pallotta) e a Francesco Totti, che non si è mai sognato di cambiare casacca, perché l’ultima bandiera del nostro calcio,continua a sventolare. Perché una bandiera, se è vera, è come un gioiello. Brilla per sempre.

Fonte: Il Tempo - Ciccognani

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