Rassegna Stampa

Le ferite di Prandelli “Non riesco a vedere le gare degli azzurri”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 19-06-2015 - Ore 07:52

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Le ferite di Prandelli “Non riesco a vedere le gare degli azzurri”

LA REPUBBLICA – CROSETTI - È come quando ti lasci con qualcuno che hai amato molto. «Non puoi rivederla, stai male, è qualcosa di irrisolto ». Lei, nel caso di Cesare Prandelli, è la nazionale. «Non riesco ancora a guardare le partite in diretta, troppa emozione. Credo che questa ferita resterà sempre aperta».

La medaglia d’argento dell’Europeo vinta con “lei” è appesa al collo di un busto rinascimentale, un prezioso capoccione dentro una casa da favola con affaccio sui tetti più famosi al mondo, il campanile di Giotto, Palazzo Vecchio. La casa di Cesare e Novella Benini. «Senza panchina rosico, non c’è niente da fare. Il nostro è un mestiere ingrato, ma quando manca è peggio».

Il passato, allora. Cominciamo dai nodi. «Forse al mondiale avrei dovuto aspettare due giorni prima di dimettermi, ma io le responsabilità le ho prese sempre. Anche prima di ricominciare, forse, avrei dovuto aspettare, ma il presidente del Galatasaray mi conquistò con progetti visionari. Tutti falsi ». E adesso, con un po’ di posti liberi e illustri colleghi a spasso (Ancelotti, Montella, Spalletti, Mazzarri) che si fa? «Voglio la sfida, non il progetto che è parola spesso vuota, abusata. Sfida senza preclusioni». Anche in B? Anche all’estero? «Vediamo, magari sì. Ma fuori dall’Italia li hanno esonerati quasi tutti, ci avete fatto caso? » La nazionale scivola tra le frasi come ogni pensiero di lei. «Appartiene a tutti, se un allenatore sente come un peso essere presente e testimoniare dove c’è bisogno, allora è meglio che stia in un club». Conte dice che sta diventando selezionatore. «Tutti lo diciamo a noi stessi per convincerci, poi però si resta allenatori. Comunque lui mi chiamò per scusarsi dopo certe critiche di un preparatore atletico». Conte ha anche parlato di ranking e di eredità. «Nessuna polemica, tutti ereditiamo qualcosa da qualcuno, il tempo è galantuomo».

E se lo scudetto lo rivince la Juve («altra categoria cominciando dai dirigenti, per tre volte sono stato sul punto di guidarla »), se Balotelli non è perduto («farà un grande Europeo »), se il futuro del calcio italiano è nebuloso («bisogna limitare gli stranieri nei settori giovanili e allenarsi con più intensità »), se qualcuno non ha dimenticato («Buffon mi chiama spesso ») e qualcun altro - tipo Bonucci - è forse un po’ ingrato ( «ho letto la storia del poco campo e dei troppi computer, però li usa anche Luis Enrique »), resta un sottofondo d’orgoglio che è giusto non soffocare: «In nazionale abbiamo vissuto quattro anni senza sconfitte, proponendo un’idea di bel gioco. Le vittorie contro Inghilterra e Germania poi campione del mondo restano». Cesare era rimasto zitto per quasi un anno, record planetario in questi tempi esposti al diluvio quotidiano di parole. Non era una fuga. «E’ passata l’ansia di ricominciare, non la voglia di farlo. La panchina? Non vedo l’ora». Non la vede, come la nazionale. Brutta storia gli amori irrisolti, ma non amare è peggio.

 

 

Fonte: LA REPUBBLICA – CROSETTI

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