Rassegna Stampa

Le magie di Pietro, star a 11 anni sognando Scifo

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 11-06-2016 - Ore 08:02

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Le magie di Pietro, star a 11 anni sognando Scifo

LA REPUBBLICA - Pietro ha il tocco magico, è specialista nel tunnel e nel cucchiaio, porta la maglia lunga fuori dai calzoncini e quando segna esulta con brevità e compostezza, come avesse fatto uno scarabocchio o uno sbadiglio. Pietro cammina che sembra un uomo, nel dribbling non lo prende nessuno, gioca per la Roma ma non ha ancora dodici anni, li compirà a novembre. Eppure non deve sognare e aspettare il giorno in cui si parlerà di lui: quel giorno è già passato. Pietro Tomaselli è solo un bambino ma ha già un canale Youtube, una pagina Facebook e un account Instagram che raccolgono tutte le sue prodezze, la Nike lo ha ingaggiato per i prossimi dieci anni. Per lui, nato a Charleroi da genitori trapanesi, la sfida fra Belgio e Italia è cominciata da tempo: se fossimo nel mondo dei grandi, sarebbe uno di quei giocatori col doppio passaporto, privilegiati che possono scegliere la nazionale per cui giocare, anziché aspettare d’essere scelti. In fondo, la squadra di Wilmots fra i segreti della sua golden generation annovera la forza dell’integrazione, mentre quella di Conte fatica a far inserire i nuovi italiani.

Il bimbo prodigio del calcio europeo è cresciuto in Belgio, ha cominciato con il calcio a 5, per ragioni di statura, è passato al calcio a 11, l’hanno spostato con quelli più grandi d’età: imprendibile per i suoi coetanei. E in questo tempo l’hanno seguito club di mezza Europa, Real, United, City. Fino a 14 anni i bambini rinnovano il tesseramento ogni 12 mesi, hanno già mercato e tecnicamente si svincolano a fine stagione, anche se fa un po’ strano usare questi paroloni. E quasi due anni fa, prima che ne compisse 10, la Roma ha convinto lui e la sua famiglia a tornare in Italia e a trasferirsi nella capitale. A Trigoria Pietro è diventato la mascotte di tutti, posa con i suoi idoli, da Pjanic a Nainggolan, intanto gioca nei pulcini insieme a Totti (Christian, il figlio del capitano) ma non porta il 10, al massimo il 9.

I paragoni eccellenti e ingombranti si sprecano, al punto che il club giallorosso gli ha cucito intorno un ambiente ovattato, preoccupato dal clamore mediatico che di solito non agevola la fioritura dei talenti. L’agente Donato Di Campli, che portò Marco Verratti dalla B al Psg e che da qualche giorno è l’avvocato che rappresenta la famiglia, si limita a dire: «Tecnicamente ha i numeri per diventare un campione, ma è solo un bambino, lasciamolo tranquillo, deve andare a scuola e divertirsi, senza pensare ad altro».

Impressionanti le analogie con la storia di Enzo Scifo: la famiglia siciliana (Aragona, Agrigento) emigrata in Belgio, in quel caso per lavorare in miniera, e il passato nell’Anderlecht. L’Inter lo prese nel 1987, quando ormai aveva già scelto la cittadinanza belga dopo aver atteso invano l’Italia. Quando aveva 16 anni Scifo venne speranzoso a giocare un torneo a Foligno, «nessuno sapeva chi fossi». Non c’era l’Europa unita, e neppure Youtube.

Fonte: La Repubblica

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