Rassegna Stampa

Le regole di Maicon “Alle provocazioni si risponde col pallone”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 22-05-2014 - Ore 10:05

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Le regole di Maicon “Alle provocazioni si risponde col pallone”

«Io non reagisco alle provocazioni razziste». Maicon Douglas Sisenando è pronto a partire per il Brasile dove raggiungerà la Seleçao per giocare il Mondiale di casa. In Italia però vive dal 2006, e la piaga della discriminazione razziale negli stadi della serie A la conosce bene. «Sì, ma non mi importa nulla».

Come, scusi?

«La gente allo stadio può fare quello che vuole per ferirci, in campo penso solo a giocare. Bisogna fare così, non enfatizziamo questi gesti, si corre il rischio di fargli pubblicità: se di fronte a questa vergogna tu hai una reazione eclatante quel gesto resta per sempre».

A lei non è mai capitato di rispondere a insulti razzisti?

«Vi dico una cosa: io la banana che hanno tirato a Dani Alves non l’avrei mangiata. Se continuiamo così tra un po’ tireranno anche le angurie in campo. La reazione giusta non è quella, siamo professionisti: meglio rispondere con il pallone che con una banana».

E al suo amico Balotelli cosa dice?

«Mario deve solo concentrarsi sul campo, è il simbolo dell’Italia, un campione, e lo ha già dimostrato. Magari deve limare dei comportamenti, ma lo sa anche lui».

Mario se l’è presa con Firenze e Roma.

«Non entro nel merito, ma i tifosi della Roma mi hanno colpito in positivo, c’erano trentamila persone all’Olimpico per la presentazione della squadra un anno fa, incredibile ».

E il suo Brasile? La gente manifesta in strada contro le spese mondiali, come viene vissuto questo disagio da voi calciatori?

«Mi aspetto che la gente capisca l’opportunità che rappresenta per tutti giocare un Mondiale in casa, è una cosa unica. Il popolo giustamente approfitta dei momenti di grande visibilitàdel paese per far vedere al mondo qual è la situazione reale in cui è costretta a vivere».

Sembra quasi che per questo mese la Nazionale venga prima di tutto

. «Sì, per me far parte della Seleçao è più che un onore: i figli sono l’unico aspetto vitale, poi viene la Nazionale. Siamo i favoriti, giochiamo in casa, anche se conta il giudizio del campo. Ma stavolta ci darà forza la gente».

E poi c’è da riscattare l’onta del “Maracanazo”, la sfida del ‘50 persa in casa contro l’Uruguay.

«La gente ne parla, ma è una storia vecchia, buona giusto in Uruguay per fare degli spot televisivi con il fantasma di quella partita. Questo sarà il Mondiale di Neymar, della sua consacrazione. Magari, speriamo di non trovare l’Uruguay in finale».

E chi vorrebbe incontrare?

«Beh, la mia finale perfetta è Italia-Brasile. Ogni volta si dice che voi non state bene ma poi venite sempre fuori. Mi piace anche la Germania, la Bundesliga è finita prima degli altri campionati e hanno una grande tradizione, in finale o semifinale arrivano sempre».

Non ha nominato l’Argentina…

«Eh, l’Argentina… Posso dirlo? Ma come si fa a non chiamare Tevez?».

Se lo chiedono anche alla Juve. A proposito, i bianconeri hanno meritato lo scudetto?

«Certo che sì, hanno fatto 102 punti, noi abbiamo sbagliato qualcosa all’Olimpico».

Più forte questa Juve o l’Inter del triplete?

«La mia Inter, non c’è dubbio ».

A quei tempi la accusavano di fare una vita poco professionale, oggi se ne parla meno.

«Qualcosa ho fatto anche quest’anno, mica dobbiamo stare in chiesa. Ma ci sono momenti in cui si può uscire e altri in cui devi stare a casa».

È ancora legato ai nerazzurri?

«Senza Moratti per me non è più l’Inter, andato via lui l’Inter non esiste più. E non c’è gratitudine: se io fossi il presidente Milito lo terrei sempre, gli farei fare tutto ciò che vuole. Gli direi: Diego cosa vuoi fare, vuoi cucinare? Vieni, fai pure».

E il campionato italiano come lo ha ritrovato dopo un anno al City?

«Il livello è più basso, guarda il Milan. Lì è un casino, ogni giorno uno va, uno viene. È il club più titolato, vederlo così è incredibile, non pensavo potesse succedere».

La sua seconda vita italiana a Roma le ha ridato il Brasile.

«E pensare che la prima volta con Garcia abbiamo litigato: era il 2011, Inter-Lille di Champions, lui in piedi davanti alla panchina parlava in continuazione. Gli dissi: ma vuoi stare zitto? Ora invece ogni tanto s’incazza se le cose non vanno, ma è instancabile. Un solo difetto: anche se giochiamo alle 21 vuole che ci svegliamo alle 8. Io dormirei almeno fino alle 11…».

Fonte: La Repubblica/M.Pinci

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