Rassegna Stampa

Liberate i dragoni

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 11-08-2016 - Ore 10:38

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Liberate i dragoni

ULTIMOUOMO.COM - LISANTI - La scalata di Nuno Espírito Santo al calcio europeo si è fermata su questo assist d’esterno di Éver Banega. Dopo quel gol di Escudero e quella sconfitta al Ramón Sánchez-Pizjuán (che invece rilanciò la stagione del Siviglia fino all’ennesima Europa League), le dimissioni di Nuno lasciarono il Valencia nel caos, destinato poi a sfociare nel tragico epilogo Gary Neville. Solo il 12 agosto, l’allenatore portoghese riprenderà ufficialmente la sua carriera, e lo farà sulla panchina del Porto, squadra in cui ricoprì fedelmente per anni il ruolo di secondo portiere, conquistando anche la medaglia di campione d’Europa nel 2004.

Tutta la conferenza stampa di presentazione ha inevitabilmente insistito (tanto, forse troppo) sull’epica intramontabile del coming-back-home, che in lingua madre suona più o meno, nelle parole di Nuno: «Voltar a casa para ganhar é o meu destino», tornare a casa per vincere è il mio destino. Nuno ha spiegato nel dettaglio cosa voglia dire essere il Porto, a suo dire un sentimento traducibile con il lavoro e soprattutto con la vittoria finale – un concetto che ha ripetuto in ogni occasione e ha spinto a forza di eccessi di lirismo come «stare sul pullman aperto in Aliados significa essere il Porto» (Avenida dos Aliados è l’arteria principale di Oporto, nonché la strada in cui i tifosi del Porto celebrano le vittorie). Sotto la guida di Nuno Espírito Santo, il Porto è fin qui passato attraverso una serie di amichevoli molto probanti contro alcune delle squadre più interessanti del calcio europeo, come il PSV di Cocu, il Bayer Leverkusen di Schmidt e il Villarreal di Marcelino. Contro gli olandesi, nella prima amichevole stagionale, ha perso 3-0, e il pesante passivo ha messo in luce tutti i limiti della squadra in termini di puro talento difensivo, gli stessi che il Porto si trascina dalla passata stagione.

Squadra nuova, vita nuova - Contestualmente hanno esordito tutti i nuovi acquisti. La politica aggressiva sul player trading che ha contrassegnato gli ultimi dodici anni di calciomercato del Porto per la prima volta sembra essere stata accantonata. Non ci sono state cessioni faraoniche e gli innesti sono stati pochi, volti a colmare specifiche necessità della rosa: il difensore centrale Felipe, autore anche di un autogol nell’occasione, Alex Telles dall’Inter nel ruolo di terzino sinistro, e il giovane brasiliano Otávio, trequartista di rientro dal prestito al Vitória Guimarães.

Nuno ha da subito puntato molto su Otávio, schierandolo esterno alto nel suo 4-2-3-1, sulla fascia opposta a quella del messicano Jesús Corona (destra o sinistra, è indifferente per entrambi). Due giocatori che superano di poco il metro e settanta, dei due il messicano è il più imprevedibile, il più rapido nel dribbling o nella prima accelerazione, mentre il brasiliano è un giocatore più associativo, più tecnico nell’ultimo passaggio e più lucido nel muoversi negli spazi. Il sorprendente rendimento di Otávio e Corona, e la presenza in rosa di rincalzi affidabili come Silvestre Varela, hanno convinto Nuno a mettere il titolarissimo Brahimi sul mercato, probabilmente destinato alla Premier League. A centrocampo, invece, la mediana titolare potrebbe essere composta da Danilo Pereira, aggregatosi tardi dopo la vittoria agli Europei, e dal talentino Ruben Neves, il più giovane capitano della storia dei Dragoni. Davanti a loro l’uomo ovunque Hector Herrera, collante tra le linee.

Le principali responsabilità creative ricadono proprio su Ruben Neves, che prosegue nel suo percorso di crescita restituendo sempre di più l’impressione di un giocatore già pronto (è del 1997). Quello che impressiona, oltre ad un’eccellente gestione del fraseggio corto, è il senso dell’intercetto in continua evoluzione – legge con un tempo d’anticipo le intenzioni dell’avversario, in più non ha paura dei contrasti ed è abbastanza esplosivo da uscirne spesso vincitore. Non è un regista sopraffino, raramente lo si vede lanciare in porta i compagni, ma la qualità e l’equilibrio che offre nel palleggio uniti a questa solidità difensiva rappresentano di per sé doti rare per un singolo calciatore, tanto più se diciannovenne. Interrogato sui suoi compiti nel nuovo sistema di gioco, ha risposto con la sua tipica naturalezza: «il solito, far girare la palla, far giocare la squadra, dare molto equilibrio».

Partire dalla base - Dalla partita con il PSV, il Porto non ha più perso, e ha dimostrato di poter sopperire alle distrazioni individuali con l’organizzazione. Felipe sta progressivamente integrandosi con il centrale mancino Ivan Marcano, molto meglio di quanto non fosse riuscito nella passata stagione al giovane Chidozie e a Martins Indi (ormai fuori dalla squadra assieme a Quintero). Marcano è un giocatore più elegante, più coinvolto nell’uscita del pallone, ma soffre nel coprire la profondità e necessitava di un marcatore puro come Felipe al suo fianco, che avesse anche buone doti atletiche.

Nuno ha particolarmente responsabilizzato i suoi difensori in fase di circolazione della palla, con ovvi benefici anche sulla fase difensiva: il Porto soffre meno il pressing avversario. Questo è stato evidente contro due squadre estremamente organizzate nel recupero della palla, sebbene ad altezze diverse del campo, come il Bayer Leverkusen e il Villarreal. Un esempio è offerto da questo intero minuto di prolungato possesso palla contro i tedeschi, che alla fine dell’azione libera due uomini (André Silva e Bueno) completamente soli sul lato debole. Un passaggio sbagliato di Layún poi vanifica tutto e regala la palla al portiere.
Il ruolo di prima punta è ormai completamente affidato ad André Silva, pupillo di Simeone e certamente prossima plusvalenza milionaria del Porto. È un classe 1995, quindi è presto per dire che il Portogallo ha finalmente trovato un grande attaccante centrale dopo anni di ingiustificata carestia, ma André Silva continua a fare di tutto per ritagliarsi l’etichetta del predestinato, tra cui cose come questa rovesciata per pareggiare al novantunesimo una finale di Coppa di Portogallo (poi persa dal Porto ai rigori). Come se non bastasse, in questa pre-season non riesce a smettere di segnare: un gol al Vitesse, un gol all’Osnabruck, un gol al Bayer, due gol al Vitória, un gol al Villarreal. In pratica ha segnato in tutte le partite in cui ha giocato, ad eccezione di quella contro il PSV. Per immediata conseguenza, Aboubakar si è ritrovato fuori dalla lista Champions ed è ormai pronto a partire, anche perché nel frattempo il Porto ha comprato Depoitre, gigante belga che l’anno scorso con il Gent aveva eliminato clamorosamente dalla Champions proprio il Valencia di Nuno Espírito Santo (che si dimise prima del termine del girone).

Già maturi? - Insomma, al Porto non manca il talento, non manca la personalità e non manca l’organizzazione, ma non mancano neanche determinati difetti strutturali. Il Villarreal, ad esempio, ha insistito particolarmente nell’attaccare la catena sinistra dei Dragoni, composta da Alex Telles, costantemente in imbarazzo nella scelta del tempo dell’intervento, il centrale Ivan Marcano, abbastanza lento e spesso in ritardo nell’anticipo (Pato l’ha bruciato puntualmente) e Danilo Pereira, che tende a passeggiare per il campo con scarsa attenzione alle linee di passaggio che gli si creano alle spalle.

La scelta di schierare due ali bassine e poco prestanti ha fin qui pagato in attacco, dove Otávio e Corona si muovono a occhi chiusi, ma ha inevitabilmente esposto le fasce nella fase difensiva. Il Porto può essere attaccato velocemente in transizione, soprattutto sfruttando la superiorità atletica che i portoghesi concedono a molte squadre, o la superiorità tecnica, come ha fatto Bruno Soriano: lo spagnolo con questa turn a 180 gradi fa saltare il banco e lancia un uomo in solitaria, sfruttando anche errori individuali del centrocampo portuense.

Il 10 agosto 2013, esattamente tre anni fa, il Porto sollevava il suo ultimo trofeo, una Supercoppa nazionale. Tre anni senza vittorie (e cinque allenatori alternatisi nel frattempo) rappresentano un’anomalia per un club abituato a dominare in patria e a togliersi ricche soddisfazioni in Europa. Per questo motivo Nuno Espírito Santo è ritornato a Oporto con l’ossessione della vittoria, tanto da affermare di sentirla «nel suo destino».

Fin qui ha dato un’impronta precisa alla squadra e alla campagna acquisti, ha fatto delle scelte nette – per non dire estreme – accantonando giocatori considerati centralissimi fino all’altroieri, come Martins Indi, Quintero, Brahimi e Aboubakar. La ricetta la conosciamo, è la più comune, nonché la più efficace, per risollevare una squadra in crisi di risultati e di identità: accentrare tutte le pressioni esterne su di sé, fare leva sull’orgoglio identitario, risvegliare la passione dei tifosi. Ce n’erano oltre ventitremila al do Dragão per il primo allenamento a porte aperte della stagione, ci saranno tutti per l’andata del preliminare di Champions contro la Roma, il primo grande esame del nuovo corso portuense.

Fonte: Ultimouomo.com - Lisanti

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