Rassegna Stampa

Losi: «Di Stefano il più grande»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 08-07-2014 - Ore 09:49

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Losi: «Di Stefano il più grande»

E’ l’unico ritaglio di giornale che conserva gelosamente nel portafogli. Vi sono raffigurati lui e Alfredo Di Stefano, quando – era il 1971 – si ritrovarono a Roma per giocare una partita tra “vecchie glorie”. Quando me la mostra, quella foto in bianco e nero che pare una reliquia, capisci quanta stima e ammirazione Giacomo Losi possa aver nutrito, e ancora provi, nei confronti di quello che è stato un grande avversario, ma anche – in qualche modo – un amico. Giacomo e Alfredo. Due monumenti, anche se solo l’argentino (di origini italiane e naturalizzato spagnolo), può vantarne uno vero, una statua nel centro di allenamento della squadra madridista, inaugurata un paio di settimane fa, il 17 febbraio, giusto alla vigilia di Roma-Real Madrid. Quando si dice il destino. Giacomo e Alfredo. Un’amicizia nata più di cinquant’anni fa. Una simpatia reciproca, fin da subito.

Come fu che vi conosceste?
Fu quando con la Roma andai in tournée in Venezuela, all’inizio della stagione ‘56/57. Partecipammo ad un torneo, a Caracas (il “Presidente della Repubblica”, ndr), in cui era inserito anche il Real Madrid. Trascorremmo venti giorni insieme, nello stesso albergo. Mangiavamo nella stessa mensa. Fu così che ci conoscemmo. Era il Real di Di Stefano, ma anche di Gento, Kopa, Rial. E un paio di anni dopo sarebbe arrivato anche Puskas… Insomma, una grande squadra.

Non fu una partecipazione esaltante quella della Roma in quell’occasione…
A quel quadrangolare, oltre a noi e al Real Madrid, partecipavano il Vasco Da Gama e il Porto. Ricordo che vincemmo contro il Real, giocando anche bene: 1-0 o 2-1, con gol – mi sembra – di Lojodice. Era un torneo a girone, con gare di andata e ritorno e quel successo ci permise di arrivare terzi, evitando l’ultimo posto. La finale la giocarono il Vasco e il Real, che si aggiudicò il trofeo.

Che ricordo hai di Di Stefano?
Con Alfredo diventammo amici allora. C’era come un feeling che ci fece fraternizzare da subito. Io non ero ancora capitano, anche perché erano appena due anni che giocavo nella Roma. Lui, invece, che ha quasi una decina d’anni più di me, aveva già dei trascorsi straordinari. Ricordo che mi disse: “Giacomo, quando torni in Italia, puoi mandarmi del formaggio grana?”. A lui piaceva moltissimo, ma in Spagna non si trovava… Quando tornai a casa, comprai una scatola e ci misi dentro un bel pezzo di parmigiano – mi sembra una mezza forma – che gli spedii a Madrid. Lui mi rispose, ringraziandomi.

Il destino infatti vi ha fatto incrociare altre volte. A cominciare dal tuo esordio in maglia azzurra, proprio contro la Spagna, in amichevole.
Era il ’60 (il 13 marzo, ndr). Quella volta giocammo a Barcellona, nel vecchio stadio, quello prima del “Nou Camp” (l’Estadio Montjuich, ndr). Uno stadio immenso, anche quello. Per me, tra l’altro, fu un esordio felice, perché da terzino destro mi trovai a marcare Gento (di solito venivo messo sulla punta più forte), contro il quale feci una grande partita. Anche se il risultato non ci premiò: vincevamo 1-0 nel primo tempo, gol di Lojacono, ma alla fine perdemmo 3-1. Si scatenò lui, Di Stefano, che fece uno dei tre gol. Grande squadra anche quella spagnola. Con lui, Gento e Suarez.

Tanto per fare un altro nome da poco…
Di Stefano ne era il capitano, mentre nell’Italia la fascia era di Boniperti (Giacomo sciorina l’intera formazione messa in campo da Gipo Viani e imperniata sul “blocco” della Juventus: Buffon; Losi, Sarti; Fontana, Cervato, Colombo; Nicolè, Lojacono, Brighenti, Boniperti, Stacchini). Anche allora, dopo la partita, venne da me: “Losi – mi disse, con quella “s” sibilante alla spagnola – ti ricordi il parmigiano?”. Capitò ancora, in seguito. E io, puntuale, ogni volta glielo spedivo.

Quanti altri incontri?
Uno fu in occasione di un amichevole proprio con la Roma, qui in casa, mi sembra che finì 3- 3. E poi, quello della foto, quando entrambi avevamo già smesso di giocare e organizzammo una gara tra “vecchie glorie” di Italia e Spagna, anche in quel caso all’Olimpico. Ricordo che vennero Gento, Rial, Santamaria, Puskas (l’ungherese giocò 4 partite con la nazionale spagnola, dopo aver fatto parte a lungo di quella magiara, ndr). Anche allora, gli feci trovare negli spogliatoi la forma di parmigiano. E lui, contentissimo, mi disse: “Muy bien, ti sei ricordato!”.

Che giocatore è stato Alfredo Di Stefano?
Grandissimo. Per me il più grande di tutti, il numero uno al mondo. Un esempio di correttezza e lealtà, il leader ideale. Di grande carisma e grande intelligenza. E poi, un uomo eccezionale, anche fuori dal campo. Mai una parola fuori posto. L’incitamento che dava ai compagni era sempre quello giusto. Il primo ad entrare e l’ultimo ad uscire. Insomma, quello che per me è “il” giocatore. Il campione, quello vero

Dopo quell’ultima occasione, vi siete più rivisti?
No, purtroppo. L’ultima volta fu allora. Lui cominciò subito a fare l’allenatore e ci siamo così persi di vista.

Gli hanno dedicato un monumento nel centro tecnico del Real…
Un posto incredibile. Ricordo che andammo a visitarlo, l’impianto sportivo in cui si allenavano, e già allora era qualcosa di favoloso. Aveva perfino una pista in piano di 80- 90 metri, da modificare nella pendenza, per gli esercizi di corsa in salita. Da noi non ne esistevano proprio di posti così. Non c’erano ancora i vari Milanello… Era il ‘62 e ricordo che il conte Marini Dettina, che era appena diventato presidente, dopo averlo visto pensò di realizzare qualcosa di simile sui terreni che aveva dalle parti dell’Eur. Mi diceva “Giacomo, ti piacerebbe?”. “Magari!” rispondevo io. Noi ci allenavamo alle Tre Fontane… Ma poi non se ne fece più nulla.

Di cosa parlavate quando vi incontravate?
Di tutto meno che di calcio. Di Stefano, ad esempio, mi raccontava di essere scappato dall’Argentina perché non voleva fare il militare sotto il regime. C’era una dittatura fascista, allora. C’era Puskas, poi, che era una macchietta. Quasi sempre succedeva nei dopo-partita, quando veniva organizzato un banchetto e si stava tutti insieme…

Insomma, il terzo tempo, già allora…
Eh già. Si stava a tavola e spesso si faceva amicizia. Fu in uno di questi incontri che conobbi anche Julio Iglesias.

Chi, il cantante?
Sì, ma allora, da giovane, era portiere di riserva nel Real Madrid. In seguito, quando lo rividi in televisione, pensai che aveva fatto bene a cambiare perché era meglio come cantante che come portiere.

Ti sarebbe piaciuto giocarci insieme, con Di Stefano, magari nella Roma?
Magari! Era uno che vinceva le partite da solo. Tu dici nella Roma, ma sai che il vicepresidente D’Arcangeli mi raccontò una volta che Di Stefano, prima di andare al Real Madrid, aveva confidato a qualcuno che gli sarebbe piaciuto venire in Italia e che l’unica squadra in cui avrebbe voluto giocare era proprio la Roma? Pensa! Si offriva da sé! Ma qui, pensarono che era troppo vecchio (non aveva ancora 28 anni!)… Se pensi che ha giocato fino a 40 anni e che nel Real ha praticamente vinto di tutto, dagli scudetti (8 in dieci anni!) alle Coppe dei Campioni (5, in cui andò sempre a segno in tutte le finali) a quella Intercontinentale! Ti rendi conto?

Fonte: IL ROMANISTA (M. MACEDONIO)

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