Rassegna Stampa

L’ultimo maestro (o del perché abbiam bisogno di Zeman)

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 31-12-2014 - Ore 09:00

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L’ultimo maestro (o del perché abbiam bisogno di Zeman)

«È un allenatore straordinario e credo che ogni giocatore debba sperare di essere allenato da lui perché ti migliora; lui insegna il calcio e credo che sia il più bravo in questo».
(Alessandro Nesta)

 «È semplicemente il miglior allenatore che abbia avuto nella mia carriera. Con lui feci 3 anni importantissimi, tirò fuori il meglio di me, insegnandomi tanto sia a livello calcistico che tattico».
(Pierluigi Casiraghi)

A Cagliari Zemanlandia è finita ancor prima di decollare. Esultano gli juventini, che odiano il boemo. D’altronde non potrebbero mai amare uno per cui vincere non è l’unica cosa che conta. Perché Zdenek Zeman innanzitutto si sente un educatore. E per questo è forse l’unico allenatore che non smette mai di credere nei giovani. Motivo per il quale, nonostante il fallimento in Sardegna, in Italia c’è assoluto bisogno di lui, ultimo maestro di calcio rimasto in circolazione.

«Io non ce l’ho mai avuta con la Juventus. Sono nato come tifoso della Juventus, di notte dormivo con la maglia della Juventus perché sono cresciuto a Torino accanto a mio zio Vycpalek, che l’allenava».*

Sfatiamo subito il primo mito: Zeman non ha nulla contro la Juve. D’altronde è il nipote di Vycpalek, uno che la storia dei bianconeri ha contribuito a costruirla (anche se siam certi che molti juventini ora si tufferanno in Wikipedia per scoprire cosa ha fatto ‘sto Vycpalek di così importante). Posto che Zeman non ce l’ha con la Juve, premettiamo pure che della querelle sul doping non ce ne frega nulla. Né di quello che dice Vialli, né di quello che dichiarò Zeman ormai tre lustri or sono e via dicendo. Per chi fosse interessato all’argomento ci sono i documenti della procura o, in alternativa, su youtube, alcuni video molto divertenti – per non dire grotteschi – degli interrogatori ai giocatori bianconeri di quel periodo. Noi qui vogliamo parlare di calcio. E saremmo lusingati se – in virtù di quanto premesso – anche gli juventini ci leggessero scevri da pregiudizi antizemaniani.

«Spesso mi chiedono cosa lascerò nella storia del calcio. Io penso di avere costruito. Non sono stato un vincente, molti hanno vinto più di me, ma penso di avere costruito».

La grande accusa che viene mossa a Zeman è una e soltanto una: non ha mai vinto nulla. Verissimo. In bacheca vanta due campionati di Serie B e uno di Serie C, una miseria per uno che allena da oltre vent’anni. Ed è per questo motivo che chi non lo sopporta, tendenzialmente gli juventini, lo addita come un grandissimo bluff. Ma la verità è un’altra. La verità è che il nipote di Vycpalek non ha mai fatto sua la massima bonipertiana secondo la quale vincere è l’unica cosa che conti. Per Zeman ci sono cose più importanti. Per Zeman innanzitutto c’è la gente: «Si deve cercare di mantenere la passione dei tifosi e cercare di giocare per i tifosi. Dare spettacolo. Io penso che non basti vincere 1 a 0 per essere felici e contenti se non si è dato niente alla gente. Penso che la gente debba tornare a casa contenta». E se per rendere contenta la gente bisogna divertire, è necessario costruire. Ora non staremo qui a tirare fuori il Foggia di inizio anni Novanta perché è passata un’eternità, al massimo invitiamo ad andare a rivedere le gesta del Pescara 2011-2012. Che è diventato un marchio: di quante altre squadre di serie B vi ricordate allenatore e alcuni giocatori? Vi dice qualcosa l’Empoli di Somma? Chi era il centravanti del Chievo 2007-08? Ve lo ricordate il Lecce di De Canio? E il regista del Sassuolo 2012-13? Buio assoluto? Beh, il Pescara di Zeman se lo ricorda chiunque. Calcio spettacolo. E la promozione. Ma ciò che conta – e finalmente arriviamo al punto, scusandoci per averla tirata per le lunghe – non è la promozione, e neppure il calcio spettacolo. Ciò che conta è come Zeman abbia costruito quel Pescara. E quali giocatori il boemo abbia letteralmente forgiato nel corso di quell’annata.

«Io sono convinto che ci siano giovani italiani di talento, e anche molti, ma bisogna dare loro la possibilità di farsi vedere».

Verratti-Insigne-Immobile. Il valore aggiunto di quel Pescara furono quei tre scugnizzi che all’epoca avevano rispettivamente 19, 21 e 20 anni. Verratti era un trequartista di grande talento ancora inesploso, Immobile marciva in panchina in Serie B, Insigne sgomitava in Lega Pro. Tutti e tre si ritrovano a Pescara con il tecnico boemo, e la loro carriera cambia per sempre. Zeman costruisce la squadra sulle loro qualità, che già esistevano, ma che erano inespresse e represse. Cambia il ruolo a Verratti, lascia libertà di scorribandare a Insigne – come già aveva fatto l’anno precedente a Foggia – e dà totale fiducia a Immobile al centro dell’attacco. Il risultato è devastante. Due anni dopo tutti e tre si ritrovano in azzurro a giocare il Mondiale in Brasile. E quando oggi ci chiedono chi siano i giovani italiani di maggior prospettiva, tutti quanti rispondiamo Verratti, Immobile, Insigne… e Florenzi. Già, perché Pescara non è un caso. Zeman nei giovani italiani ci crede sul serio. Zeman i giovani italiani li fa giocare per davvero. Alla Roma lancia il ventunenne Florenzi, anche lui adesso è in azzurro. Sempre in giallorosso aggrega alla prima squadra Alessio Romagnoli, 17 anni: lo fa esordire in Coppa Italia prima e in campionato poi. E a Cagliari? A Cagliari punta su un portiere classe ’93 al suo esordio in Serie A, Alessio Cragno, dandogli fiducia anche dopo prestazioni che lasciano perplessi. D’altronde per far crescere i giovani va loro concessa la possibilità di sbagliare. Stesso discorso per Lorenzo Crisetig, il più giovane di sempre ad esser convocato nella nazionale under 21, da anni considerato grandissimo talento, che nella massima serie non aveva ancora visto il campo. Per Zeman diventa un inamovibile.

«È più bello creare i campioni svolgendo anche il ruolo di educatori, una missione che ci spetta e che al contrario mi sembra tralasciata».

Non mancano neppure gli stranieri tra i giovani sui quali Zeman punta senza rimorsi: quando il boemo è a Roma Erik Lamela ha vent’anni, Marquinhos ne ha diciotto. L’argentino, in giallorosso già l’anno precedente, fa il salto di qualità. Il brasiliano è titolare fisso. A fine stagione entrambi vengono venduti per oltre 30 milioni di euro ciascuno. Quest’anno in Sardegna il classe ’96 Caio Rangel e il classe ’92 Joao Pedro vengono sovente buttati nella mischia.
Possiamo dire che il quadro è completo? Quello che Zeman ha in più, rispetto agli altri allenatori del nostro campionato, è la dimensione del maestro. Maestro di calcio, insegnante. I giovani che escono dai nostri settori giovanili devono ancora imparare molto, sotto il profilo tecnico e tattico. Zeman si prende la briga di insegnare loro queste cose, si impegna a trasformare dei progetti di giocatore in giocatori veri. Senza trascurare l’aspetto educativo. Che, attenzione, non va limitato a una mera questione comportamentale. Ogni allenatore infatti pretende comportamenti adeguati dai propri giocatori, ma chi – anche tra i tecnici di settori giovanili – ti insegna, ad esempio, che la vittoria non è tutto, che perdere non è un disonore, e che il calcio deve rimanere sempre innanzitutto un divertimento?

«Voglio fare il meglio possibile. Si può anche arrivare ultimi, ma sapendo di aver dato tutto».

Zeman ti insegna anche a perdere. Perché nel calcio – e in particolare in Italia – ci dimentichiamo troppo spesso che per qualcuno che vince c’è sempre qualcuno che perde. Sembra una banalità, ma non lo è, basti vedere le contestazioni ultrà dopo tre gare andate male o gli esoneri lampo di allenatori al primo passo falso. Con il suo calcio improntato all’offensiva, senza calcoli, dove l’unico obbligo è dare tutto, fino all’ultima goccia di sangue, Zdenek Zeman insegna ai propri ragazzi – e in fondo anche a noi spettatori, i quali pur non essendo juventini troppo spesso pensiamo che l’unica cosa che conti sia la vittoria – che si può anche perdere. E che non c’è proprio nulla di male nella sconfitta. Un’educazione “anti-esasperazione del risultato” che per i giovani è un toccasana: se sbagli e perdiamo non è un dramma. E non sarai messo sotto processo per un errore come accadde qualche anno fa al ventunenne Criscito.

Insomma, oseremmo affermare che in un calcio dove chi ha in casa Immobile, Zaza e Gabbiadini spende 18 milioni per Morata, dove c’è chi mette in discussione De Sciglio perché a 22 anni ha un periodo di appannamento, e dove piuttosto che lanciare un Bonazzoli in prima squadra gli si preferisce un cadaverico Palacio in nome dell’esperienza, uno come Zeman è assai prezioso. Verissimo, nelle ultime due esperienze in A, Roma e Cagliari, è stato esonerato a metà stagione. D’altronde per costruire c’è bisogno di tempo, e la Serie A il tempo non te lo concede. Può essere allora che la dimensione adatta a Zeman sia la Serie B, un campionato più lungo ed equilibrato, dove regna un generale livellamento tattico e finanziario, e dove – spesso – i presidenti hanno maggior pazienza e sono i primi a voler puntare sui giovani. Non siamo comunque noi a dover trovare una collocazione ideale a Zeman. Qui, semplicemente, si constata che si fa un gran parlare di puntare sui giovani per il rilancio del nostro calcio e della nostra nazionale, e che a parole son tutti d’accordo. Ma poi quando c’è bisogno di un difensore si vanno a pescare i Vidic, gli Evra e i Cole. Zeman negli ultimi tre anni ha pescato i Verratti, i Florenzi e i Crisetig. Teniamocelo stretto. O no?

 

* Le dichiarazioni di Zdenek Zeman all’inizio di ogni paragrafo sono tratte dall’intervista realizzata da Matteo Marani per il Guerin Sportivo «Adesso parlo io», settembre 2014.

Fonte: Opinioni in contropiede - Il Giornale.it

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Zeman forever 31/12/2014 - Ore 12:39

Grande! Verissimo tutto quello che hai scritto! Da juventino stimo tantissimo Zeman, spero riprenda ad allenare presto!

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