Rassegna Stampa

Menez: “Senza il calcio sarei un rugbista o forse in galera”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 20-12-2014 - Ore 09:12

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Menez: “Senza il calcio sarei un rugbista o forse in galera”

 Ascoltandolo è ancora più facile decifrarlo in campo. Jeremy Menez gioca a calcio come vive, o forse è meglio dire come ha vissuto: d’istinto. È stato così quando ha voluto provare con il rugby, quando ha detto no al Manchester United («Ma quella fu anche un decisione pensata»), quando era a Roma e disse sì al Psg e poi era al Psg e disse sì al Milan, quando si fece il primo tatuaggio. L’istinto che se sei giovane «ti fa fare un sacco di errori, ma è giusto così: c’è un’età per sbagliare» e poi quando si cresce ti fa sentire ancora giovane, «basta non dimenticare da dove si viene». Menez viene dalla Banlieu 94, una delle periferie più difficili di Parigi, e quello che lui chiama «il quartiere» ricorre in quasi tutti i capitoli di questa intervista. È lì che è diventato calciatore «sbucciandomi le ginocchia sul selciato, e per questo ho voluto regalare ai ragazzi che oggi abitano lì un campo da calcio a sette vero». Ma soprattutto, lì ha cominciato a diventare l’uomo, il marito e il padre che è oggi. Che d’istinto scarta gli argomenti «altri mestieri» e «religione» e un po’ meno d’impulso pesca «altri sport» e «famiglia». Mette giù le carte «con il 433 del mister, va’…», e schiera l’«adolescenza» centravanti: come giocava a Sochaux già più di dieci anni fa, altro che istinto.

CATTIVA STRADA - «Forse, e sottolineo il forse perché come fai a dirlo, se non avessi avuto il calcio sarei finito in galera. Del resto, ci sono finiti un sacco di miei amici: furti, droga, quelle cose lì, che ci caschi se sei giovane, vorresti tutto ma i soldi sono pochi. Ho continuato a sentirli anche quando erano dentro i telefonini entrano pure in carcere, certo e ogni volta era come rendersi conto di quanto sottile sia il filo che divide una vita felice da una vita buttata via, o comunque rovinata. Dal quartiere me ne sono andato a Sochaux al momento giusto, a 13 anni, l’età in cui puoi iniziare a fare le stupidaggini più grosse. E a 16 anni sono rimasto lì e non sono andato al Manchester United, anche se mi voleva Ferguson, perché pensavo non fosse il momento giusto, non ero pronto: non dico che sarebbe stata una cattiva strada, ma sentivo di essere troppo giovane per un salto così. Magari avrei fatto una carriera anche migliore, che ne so: so che non mi sono mai pentito, mai»

ADOLESCENZA - «Di quei tempi cosa ti ricordi? Quanto giocavi a pallone, quanto ti divertivi e quante scemenze facevi: come quella volta che abbiamo fregato un motorino a un pony express che era salito a consegnare una pizza però dopo qualche giorno gliel’abbiamo ridato o la volta che ce ne siamo date un sacco con un gruppo di un altro quartiere, io ne ho prese più di quante ne ho date e qui in fronte ho ancora una bella cicatrice. Però, se ci pensi bene, quel che ti resta di quei tempi sono soprattutto gli amici. A Filo Mexes voglio bene perché abbiamo diviso un sacco di cose, Totti e De Rossi sono un bel ricordo di Roma e li ho nel cuore, ma i miei veri amici non sono nel calcio, a parte Benzema che è un fratello: li sento spesso, li vedo ogni volta che posso, sono rimasti gli stessi che lo erano già quando non ero famoso e nessuno di noi aveva una lira. Però ci divertivamo un sacco, eh».

SOCIAL NETWORK - «Troppo facile, così: prendi il telefonino, fai una foto, scrivi quattro cose e condividi tutto con tutto il mondo. Automatico, freddo. Non è questione del pericolo di non parlarsi più di persona, ognuno corre i rischi che vuole. Ma poi? Quasi non pensi neanche più a quello che scrivi, dunque a quello che dici. Se ho qualcosa da dire a qualcuno in particolare lo dico a lui, se proprio ho qualcosa che devo dire a tutti magari faccio un’intervista. I social sono un modo per farsi amare dalla gente, questo è sicuro: ma perché? Io non ne ho bisogno: se qualcuno mi ama non dev’essere perché scrivo cosa faccio e cosa penso su Facebook, su Twitter o perché metto una foto su Instagram. Le foto le metto sul profilo Facebook privato, lo uso come una posta elettronica per condividere le mie cose con chi è lontano: ma è privato, appunto».

VECCHIAIA - «Non ho fretta di essere vecchio, anzi; però avrei voluto essere vecchio com’è mio nonno Yvon, il padre di mio padre: gente che ha vissuto in un altro modo, con un’altra mentalità, e un po’ gliela invidio. Non sono cresciuto con i suoi consigli perché è sempre stato un uomo molto riservato, ma mi bastava vederlo lavorare nel suo giardino per capire come si può essere felici di una vita molto più semplice della nostra, di una cena a casa invece di una serata in discoteca, di una ricchezza fatta di soldi meno “facili”. Non mi immagino da vecchio, anche se so che fa parte della vita e se invecchi bene vuol dire che hai vissuto bene: oggi per me l’età che passa è soprattutto quella che mi avvicina al momento di smettere con il calcio e invece voglio giocare ancora 78 anni, perché come ha detto da poco Ibrahimovic anch’io mi sento un vino, “più invecchio e più sono buono”. Ha ragione, da giovane credi di essere il migliore, sbagli e non te ne accorgi neanche: ora che l’ho capito, vorrei godermela un po’».

ALTRI SPORT - «Lo so che a vedermi così, non proprio un gigante, può far sorridere, ma è la pura verità: per sei mesi, quando avevo 11 anni, mi sono dato anche al rugby, facevo l’esterno. Nel quartiere giocavano in tanti e tutto sommato mi piaceva anche, ma dopo un po’ ho smesso di fare il masochista: troppo grossi gli altri, prendevo troppe botte ed ero troppo più bravo a giocare a pallone dei miei compagni per non dedicarmi solo a quello. Ma non sono uno che “o è calcio o niente”: sarà che mi piacciono gli sport duri, ma se in tv c’è una partita della nazionale francese di pallamano scelgo quella. E se potessi giocherei a tennis più spesso di quanto faccio, vedrei più Federer di quello che vedo. Amo la classe nello sport, e lui ha una classe assurda, ce l’avessi io uno stile così: se dico che è lo Zidane del tennis rendo l’idea?».

VIAGGI - «Ci sono viaggi di una settimana, magari un mese, e viaggi che sono per sempre. I primi sono quelli che fai per divertirti quando sei giovane (Ibiza, Miami, Marrakech: le ho fatte tutte), oppure per staccare, dimenticare tutto per un po’, parlare il meno possibile e quasi con nessuno. Per quello bisogna andare lontano: il massimo è alle Maldive, con la famiglia e senza telefono. Il viaggio per sempre è quello che farò un giorno per trasferirmi definitivamente a Montecarlo. Ci ho giocato due anni e quel posto mi ha rubato l’anima, mi ha fatto innamorare: è lì che mi sto facendo una casa, probabilmente sarà la casa per la vita. A Montecarlo hai sempre l’impressione di essere al sicuro, funziona tutto, lavori e ti senti in vacanza: sei in Francia e ti pare di essere in un altro mondo. Non ti pare: è un altro mondo. Ed è quello in cui io voglio vivere».

SCUOLA - «Un po’ del mondo che non ho studiato sui libri me l’ha fatto vedere il calcio, e per fortuna perché sui libri ci sono sempre stato molto poco. A scuola mi divertivo anche, soprattutto all’inizio quando in classe ero con tutti gli amici del quartiere, ma non andavo bene, diciamo pure che andavo un mezzo schifo. Però non ero di quelli che faceva casino e prendeva solo note, male che vada dormivo: facevo passare il filo delle cuffiette per la musica sotto la manica della camicia e fingevo di appoggiare la testa sulla mano, aspettando di uscire per andare a giocare a pallone. Ho smesso che non avevo neanche 16 anni e pensare che quando giocavo a Sochaux per quattro di noi avevano addirittura inventato una classe: erano i professori che venivano da noi e il massimo che ci chiedevano era “due più due”, oppure “tre per tre”, sai che sforzo».

FAMIGLIA - «Se sono così permaloso è colpa di mia madre. Sto migliorando, ma questo l’ho preso da lei e del resto è con lei che sono cresciuto: i miei si sono separati che avevo tre mesi, però sono stati bravi a non farmelo pesare. Ci siamo sempre visti tutti, ogni fine settimana, anche con Kevin: lui stava con papà ma quando sono andato a Sochaux, da fratello più grande è venuto a vivere con me e oggi è uno dei pochi, assieme a mio padre, che può permettersi di dirmi quando gioco male. Non ho sofferto, ma forse è anche perché sono venuto su in una famiglia non “tradizionale” che spero che Maella e Menzo crescano vedendo il padre e la madre che sono felici insieme. Io e Emilie lo siamo da una serata in discoteca, seconda volta che ci vedevamo: non ero mai andato a farmi una lampada nel suo centro abbronzatura, ma l’ho capito subito che ero cotto lo stesso».

ARTE - «Il mio cattivo rapporto con i musei credo derivi da un trauma scolastico giovanile: come si fa a portare un bambino di 10 anni al Louvre senza che poi abbia una crisi di rigetto? I libri invece mi piacciono anche se non amavo studiare: leggo abbastanza, basta che non mi diano in mano un romanzo. Storie vere, ho la curiosità di conoscere la vita degli altri, le loro storie. Ho divorato “La mia seconda vita”, l’autobiografia di Christiane Vera Felscherinow, quella di “Christiane F., noi i ragazzi dello zoo di Berlino” e il film della mia vita è “Il Padrino”. Storia verissima anche quella, com’è vero che amo la musica, soprattutto rap, però ognuno deve fare il suo mestiere: quelli del gruppo 113 li conosco bene, ma con loro non ho mai cantato, neanche per scherzo. Chiedete ai miei amici che mi hanno sentito provarci, se avrei potuto. Stonato? No, una campana».

CIBO - «Alla faccia degli esteti, dico che nell’uomo un po’ di panzetta non guasta: quando smetterò di giocare ce l’avrò, ci metto già la firma, perché mi piace troppo mangiare. Soprattutto una bella raclette o i dolci, e lì noi francesi vi battiamo, ma anche la pasta, e qui ovviamente non c’è storia: è una delle tante cose che mi legano a Roma, e quando giocavo lì gli amici che mi erano venuti a trovare poi mi telefonavano dalla Francia mica per sapere come stavo, ma per parlare degli spaghetti. Sono il peggior arbitro possibile della guerra in cucina ItaliaFrancia: dico 5050, non saprei davvero a chi dare il 51. E me la cavo così: a volte quello di cui mi viene davvero voglia è un bel couscous marocchino, ma fatto come lo facevano le mamme dei miei amici del quartiere. Perché cucinare tocca alle donne: non sono antifemminista, è che lo fanno molto meglio di noi. O perlomeno: mia moglie di sicuro».

TATUAGGI - «Il primo lo feci a Roma, il nome di mia mamma Pascale: in Francia non usavano ancora molto e invece lì ce l’avevano tutti, non solo in squadra. Ho detto: “Provo”. Ma se ne fai uno sei morto: ti fai il secondo, il terzo e poi ti ritrovi pieno. Io ho pieno soprattutto il braccio sinistro: sul polso mia madre, e poi ci ho messo tutta la famiglia. Mio padre, mio fratello, e il disegno che io e mia moglie abbiamo scelto di avere uguale: J7, E14, M7, M18, cioé le nostre iniziali (Jeremy, Emilie, Maella e Menzo) e le nostre date di nascita. Il calcio? Solo un pallone ma bello, di quelli di una volta, bianco con gli esagoni neri. Magari fra vent’anni mi stufo di avere la pelle piena di segni, ma se i tatuaggi sono un po’ l’immagine di una persona, anche in questo caso ho fatto solo ed esattamente quello che avevo in testa, come sempre: una mattina mi sono svegliato e me ne sono fatto uno. E quel giorno ero “morto”».

Fonte: GASPORT (E. ELEFANTE)

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