Rassegna Stampa

Moneyball all’italiana? non ancora ma la Roma ci provera’

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 09-10-2016 - Ore 07:00

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Moneyball all’italiana? non ancora ma la Roma  ci provera’

GAZZETTA DELLO SPORT - FROSIO - Boston, Massachusets. Qui ha sede il Mit, la migliore università al mondo in particolare nel settore tecnologia. Ed è la città dei Red Sox, la squadra di baseball di cui fa parte Bill James, l’inventore della «sabermetrica», cioè delle statistiche avanzate applicate al gioco poi utilizzare e rese famose da Billy Beane, l’uomo di Moneyball che al cinema aveva il volto di Brad Pitt. Le premesse sono fondamentali per capire il contesto da cui arriva James Pallotta. Bostoniano, presidente della Roma. Dalla quale se n’è appena andato Walter Sabatini. L’ex d.s. ha spiegato: «Io vivo d’istinto, il mio calcio non può essere riportato alla statistica. Pallotta e i suoi collaboratori invece adorano la statistica e stanno cercando un algoritmo vincente». Cioè la formula matematica per acquistare il giocatore giusto.

DAL BASEBALL AL CALCIO La statistica applicata al calcio è il Santo Graal cui tutti danno la caccia da anni, dopo l’esempio del baseball: nei primi anni Duemila, gli Oakland Athletics, squadra dal budget limitato, contese il titolo ai colossi del campionato grazie alla guida del general manager Billy Beane, che comprava giocatori a basso prezzo osservandone soltanto le statistiche elaborate da Paul DePodesta e ritenendoli sottovalutati. Quale presidente di club di calcio non vorrebbe avere la formula magica per comprare a poco un giocatore di tanto valore? In ambito calcistico, la via è stata tracciata da Matthew Benham, proprietario di Brentford (Championship inglese) e soprattutto Mydtjylland, club fondato nel 1999 e campione di Danimarca nel 2014-15. Benham ha fatto fortuna applicando modelli statistici alle scommesse - secondo gli stessi principi utilizzati da tempo nel mondo della finanza - e ha usato lo stesso metodo con i suoi club: analisi statistica per l’individuazione dei calciatori da acquistare, preparazione matematica delle palle inattive. Prima di Benham, il precursore era stato Damien Comolli, d.s. di Tottenham e Liverpool, tra gli altri: seguace del sistema Moneyball, cadde «in disgrazia» dopo aver speso 42 milioni di euro per Andy Carroll, non proprio un crack in maglia Red (ma nella stessa sessione Comolli prese anche Luis Suarez, e al Tottenham fece arrivare Bale).

IL METODO ROMA Da noi, Pallotta è convinto di averlo trovato, il Graal. Si chiama tag.bio ed è un software elaborato da una start-up californiana finanziata, tra gli altri, dal presidente della Roma con 250mila dollari su sollecitazione del figlio Chris, che crede moltissimo nel programma. Tanto da arrivare, appunto, alla rottura con Sabatini. Il quale, pare, sia arrivato al punto di non ritorno quando gli analisti gli hanno proposto l’acquisto di Magnanelli, centrocampista che statisticamente sbaglia meno di Strootman. Come tipo antropologico, Sabatini assomiglia molto a Billy Beane. Come metodologia, è esattamente il contrario, incarnando non il cacciatore del Graal ma la vecchia «fede» nell’occhio dell’esperto. Che poi è ancora la dottrina dominante in Italia.

SCOUTING L’evoluzione nel campo delle statistiche è costante, per fornire cifre sempre più approfondite. I «classici» passaggi effettuati e altri numeri che vedete anche su queste pagine sono la punta dell’iceberg: gli esperti stanno individuando dati di complessità incomprensibile ai comuni mortali. L’«analyst» è una figura che ormai praticamente ogni squadra di alto livello ha inserito nel proprio organigramma. Si tratta tuttavia soprattutto di persone che vivisezionano la prestazione della squadra (la propria e quella avversaria), mentre l’intenzione di Pallotta sarebbe una rivoluzione. Perché sullo «scouting» vero e proprio gli italiani si affidano ancora all’«occhiometro». Se non vedo, non credo. Perché, fondamentalmente, il calcio - a differenza di quasi tutti gli sport americani - è situazionale, non interamente codificabile. «La velocità di giocata, cioè se uno trasmette il pallone a uno o due tocchi, nelle statistiche non c’è, per esempio. E i dribbling? Non si può stabilire se in campo aperto o nello stretto...», dice l’osservatore di una squadra di A. Che aggiunge: «Il dato statistico è ciò che serve di meno nella valutazione di un calciatore». Non ci sarà analista al mondo, per restare in tema, capace di quantificare la grandezza del Totti quarantenne. Persino Benham, non un sabatiniano, ha detto: «Un giocatore può avere un buon numero di tackle positivi, ma magari li fa perché è mal posizionato. Va sempre considerato il contesto». L’occhio umano non è infallibile - pensate al «povero Piris» citato da Sabatini -, non lo è nemmeno la statistica. Non ancora, almeno. I club, grandi e piccoli, un’occhiata ai numeri la danno, in sede di scouting, a volte per accelerare la ricerca: con molti software video si può fare una prima «scrematura» statistica. Ma tutti, nessuno escluso, condizionano la valutazione del possibile acquisto all’osservazione: prima a video, poi dal vivo. Ma se avete un modello matematico valido, fatevi avanti: i presidenti aspettano solo voi.

Fonte: GAZZETTA DELLO SPORT - FROSIO

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