Rassegna Stampa

Morto Giorgio Faletti: “provinciale” cosmopolita sempre con quel mezzo sorriso

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 04-07-2014 - Ore 12:40

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Morto Giorgio Faletti: “provinciale” cosmopolita sempre con quel mezzo sorriso

Aveva una casa ad Asti, piena di chitarre, una all’Elba, fra il bosco e il mare, gli ulivi e le onde «che si frangono», come mi disse una volta specificando subito dopo che il verbo frangersi gli faceva venire l’orticaria, anche se ormai l’aveva detto. E amava New York, dove scappava molto spesso per ascoltare musica, talvolta per suonarla anche se la sua passione per le chitarre (rigorosamente vintage) era, sospettava, «non corrisposta». In America Giorgio Faletti è andato per l’ultima volta cercando alleati nella battaglia contro il male che lo aveva aggredito a tradimento, quando aveva tanti progetti e tante cose da fare ancora. Non è riuscito a vincerla. E’ morto alle Molinette di Torino, dopo 63 anni vissuti all’insegna di una affettuosa ironia, con quel mezzo sorriso di «provinciale» cosmopolita: uno che si sentiva sempre un po’ come se venisse da fuori, nemmeno da Asti, dalla periferia, dove ha trovato i tipi umani che lo hanno reso celebre come cabarettista e ai quali, dopo il successo da scrittore, era ritornata negli ultimi romanzi. 

«Ho avuto la fortuna di vivere in un luogo dove c’erano personaggi che sarebbero piaciuti a Fellini, ed erano veri», diceva. E’ cresciuto tra la città e le colline, da dove ha estratto come un coniglio dal cappello quel Passerano Marmorito che divenne un luogo mitico negli Anni Ottanta - nessuno credeva che esistesse un paese del genere -, poi se n’è andato per trasformare in un lavoro retribuito il ruolo di Romeo che faceva in una parodia shakespeariana legata al Palio di Asti. A Milano lo aspettava il Derby, cabaret dove si esibivano tutti i nuovi comici italiani e che di lì a poco avrebbe generato Drive-in, la nuova televisione: anche se «il primo sogno da ragazzo era di diventare uno scrittore». E ti spiegava che «far ridere la gente è la scelta più facile, quando hai il sangue che bolle nelle vene e le tempeste ormonali in corso». Gli scrittori saranno anche meno sexy, «gli attori hanno bisogno dell’applauso giornaliero, come di una droga». 

Non è che a un certo punto della vita si fosse stufato di far ridere la gente. Ci riusciva qualunque cosa facesse, anche se poteva diventare commovente come quando nel ‘94 arrivò secondo a Sanremo con la canzone «Minchia signor tenente», ispira alle stragi di Capaci e via D’Amelio. E’ che quando gli regalarono, proprio quell’anno, una delle prime macchine da scrivere col display, si entusiasmò per la velocità di scrittura, e cominciò a mettere giù racconti. Li sottopose all’editore Alessandro Dalai il «tonante Dalai» come lo definisce nei ringraziamenti in fondo a «Io Uccido»,che gli aveva già pubblicato un libro «da comico». 

La risposta fu che sarebbe stato meglio, molto meglio, un romanzo: e romanzo fu. Giorgio Faletti aveva da parte, in fondo a qualche cassetto, dei soggetti cinematografici rifiutati dai produttori perché troppo ambiziosi, «roba da Spielberg». Uno si intitolava «Io uccido», e divenne dopo mesi e mesi di «vortice», di sveglie all’alba e tuffi nel computer, il grande caso editoriale degli Anni Zero. Uscì nel 2002, thriller tutto americano, completamente estraneo alla nostra tradizione. L’autore venne esaltato (da Antonio D’Orrico) come «il più grande scrittore italiano», e ciò non gli attirò molte simpatie nell’ambiente. Ma scalò le classifiche e vendette milioni di copie (più di quattro) inaugurando l’era dei «giga-seller», quei libri che riescono a vendere tantissimo per un tempo molto lungo, e in tutto il mondo. Venne colpito da un grave ictus proprio mentre il romanzo si affermava, ma riuscì a uscire benissimo da quel primo agguato della vita. Ora aveva un nuovo mestiere. Il suo computer - abbandonata ormai la macchina a display che lo aveva folgorato - era destinato a non fermarsi più. I libri successivi («Niente di vero tranne gli occhi», 2004, «Fuori da un evidente destino», 2006, «Io sono Dio», 2009, «Appunti di un venditore di donne», 2010, questo ambientato a Milano) sono stati l’asse portante del thriller italiano, e trascinando con sé molti emulatori, hanno consolidato un genere. Poi, il passaggio alla blasonata Einaudi, con «Tre atti e due tempi» (nel 2011), romanzo breve e del tutto diverso, dove la suspence è solo lo strumento per disegnare nuovi personaggi intorno a un ex pugile, magazziniere in una squadra di calcio, eroe malmostoso e solitario con brutti ricordi alle spalle. Un uomo giusto senza retorica, un duro che sa commuoversi senza farlo vedere. Forse un ritratto in cui Giorgio Faletti un po’ amava rispecchiarsi. In qualche modo, lo stesso profilo umano che gli piaceva interpretare magari con parti secondarie in film d’autore come «Notte prima degli esami» di Fausto Brizzi. 

 

Negli ultimi tempi stava lavorando a un nuovo libro, sempre per Einaudi Stile libero, titolo provvisorio «Figli di». Era tornato al thriller: il protagonista è un allievo della Scuola Superiore di Polizia che si ritrova coinvolto nelle indagini per la cattura di un serial killer; ma l’assassino ha scelto proprio lui come avversario. Quando Giorgio Faletti presentava i suoi libri, gli incontri col pubblico erano puro, gradevolissimo, ironico teatro. Ci mancherà. E bisognerà rileggersi il suo addio, in una breve lettera inviata a maggio per la conferenza stampa del festival astigiano Passepartout, di cui era presidente: «Purtroppo a volte la vita ci mette molto più ingegno e molto più impegno nel mettere i bastoni fra le ruote piuttosto che nell’aiutare gli essere umani a realizzare i propri desideri. In questo momento sono all’estero, dove mi sto curando per un guaio di salute piuttosto rilevante e che spero si risolva nel migliore dei modi. Credo di potere essere a casa in tempo per la manifestazione». 

 

 

Fonte: LaStampa.it

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