Rassegna Stampa

No Champions 6 volte su 8: e così l'Italia ci ha rimesso 50 milioni

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 25-08-2016 - Ore 07:44

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No Champions 6 volte su 8: e così l'Italia ci ha rimesso 50 milioni

LA GAZZETTA DELLO SPORT - IARIA - Consoliamoci facendo già da ora il count-down: nel 2018 avremo quattro posti sicuri in Champions League, senza passare per la porta di servizio, grazie alla riforma «salva grandi Stati» che sarà varata dall’Uefa. Ma non ci si può non interrogare su un fenomeno che, in fondo, è la spia della nostra decadenza: nelle ultime otto stagioni, cioè dal varo della riforma Platini, solo due volte una squadra italiana è riuscita a superare i playoff e approdare alla fase a gironi della Champions. Le eccezioni sono state la Fiorentina nel 2009-10, vittoriosa sullo Sporting Lisbona, e il Milan nel 2013-14 (sul Psv). La regola è quella confermata l’altro ieri dalla Roma battuta da se stessa, prima che dal Porto: nel 2010-11 la Sampdoria viene eliminata dal Werder Brema, poi tocca per due anni di fila all’Udinese (Arsenal e Braga), nel 2014-15 è il turno del Napoli contro l’Athletic Bilbao e la scorsa stagione è uscita la Lazio, k.o. col Bayer Leverkusen.

SINTESI - Sei eliminazioni su otto bruciano eccome. Una spiegazione unica non c’è perché ogni sfida ha una storia tutta sua. Ci sono però dei fattori ricorrenti, che escono dal campo di gioco e planano sulle scrivanie dei manager. Damiano Tommasi, presidente dell’Assocalciatori che in passato ha spesso cavalcato battaglie anti-sistema, fa la seguente sintesi: «Premettendo che la sconfitta della Roma, con l’inferiorità numerica per così tanto tempo, è difficile da spiegare, bisogna constatare come da alcuni anni in Italia ci sia difficoltà ad avere progetti sportivi di medio-lungo termine. L’attenzione di parecchi club è più concentrata sulla compravendita dei giocatori che sul fare calcio. La conseguenza è che in questo periodo della stagione molte squadre sono ancora un cantiere aperto. C’è questa smania di cambiare ogni anno senza dare continuità al progetto sportivo. È un qualcosa che si paga particolarmente nelle partite a eliminazione diretta, quando giochi contro avversarie di un certo livello e la forza del gruppo esercita un elemento-chiave. Il Sassuolo sta dimostrando che la via giusta è quella di puntare su un impianto e dare fiducia ad allenatore e calciatori, dar loro la possibilità di crescere e anche di sbagliare, insomma avere le idee chiare. È mai possibile che chi vuol fare calcio viene a pescare tecnici in Italia? È mai possibile che all’estero si facciano piani pluriennali e qui invece gli allenatori durino sei mesi?».

SVOLTA PLATINI - C’è da dire che la riforma della Champions voluta da Platini per compiacere il blocco dell’Est è stata penalizzante per l’Italia. Prima le qualificazioni erano quasi una passeggiata, visto che affrontavamo improbabili squadre svedesi o slovacche. Poi la svolta: cinque posti sicuri per i campioni nazionali delle leghe minori e cinque sfide tra le piazzate dei principali tornei. Dal 2009 nei playoff la rappresentante italiana ha dovuto vedersela con inglesi, spagnole, tedesche, portoghesi, olandesi. Spesso sono stati dolori. Anche perché sei volte su otto (l’ultima la Roma) le italiane non sono state incluse tra le teste di serie. Un altro fattore, non trascurabile, investe la preparazione delle squadre. Tendenzialmente gli altri campionati nazionali iniziano prima della Serie A e ciò consente alle avversarie delle italiane di presentarsi più rodate ai playoff. Solo restando alle ultime tre edizioni: Athletic, Leverkusen e Porto hanno debuttato in campionato una settimana prima di Napoli, Lazio e Roma. Il consiglio di Lega, anche per questa ragione, ha deciso di anticipare al 20-21 agosto l’inizio dell’attuale Serie A. «Si potrebbe giocare già a Ferragosto - dice Tommasi -, anche per fare un favore alla Nazionale che fa sempre fatica negli impegni di settembre. Così si potrebbe allungare la sosta invernale e ci sarebbero meno infrasettimanali. Certo, le ragioni di queste continue eliminazioni sono molteplici. Abbiamo difficoltà a competere a livello europeo, abbiamo un calcio molto concorrenziale all’interno ma che fa fatica all’estero dove l’aspetto tattico conta di meno e paga di più una filosofia di gioco propositiva». Negli ultimi anni diverse squadre, dopo l’exploit in campionato, si sono fatte trovare impreparate all’appuntamento europeo (dalla Sampdoria all’Udinese alla Lazio), scegliendo di posticipare i rinforzi di mercato nella vana attesa del tesoretto Champions.

EFFETTI - Fatto sta che le sei eliminazioni sono costate 56 milioni di mancati premi Uefa, calcolando la partecipazione minima ai gironi di Champions. Quelle squadre hanno poi compensato con 18 milioni di proventi dall’Europa League: la perdita netta per il sistema Italia è stata di 38 milioni e nel calcolo non si prende in considerazione il market pool (diritti tv) che viene comunque distribuito tra le italiane rimaste. Tanto per intenderci, nell’ultimo quinquennio la Juve ha ottenuto una trentina di milioni in più dal market pool grazie al fatto che per quattro volte ha dovuto spartirsi la torta con una sola italiana anziché due. I 38 milioni di perdita, sommati ai mancati incassi di botteghino e marketing, superano tranquillamente quota 50 milioni: il movimento tricolore ci ha rimesso parecchio dalla moria dei playoff. E gli effetti negativi, oltre che sulla capacità di attrarre giocatori e sponsor, si sono manifestati anche nel ranking Uefa che già nel 2012-13 aveva ridotto le italiane sicure in Champions da tre a due. L’anno prossimo ci sarà ancora da soffrire, poi avremo finalmente i quattro posti blindati. E magicamente la crisi del calcio italiano sparirà dall’agenda. A dir la verità, non ci è mai finita...

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Iaria

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