Rassegna Stampa

«Noi affamati come lupi»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 18-06-2013 - Ore 10:30

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«Noi affamati come lupi»

(Il Tempo – A.Serafini) Roma gli dà il benvenuto con un sole splendente e un caldo torrido che profuma d’estate. Tanto, forse troppo per Rudi Garcia, che sfoggiando un look in nero dalla testa ai piedi, è sbarcato nel primo pomeriggio di ieri a Fiumicino per dare ufficialmente il via alla terza Roma targata USA. Trolley, zaino sulle spalle e quell’espressione sicura di sé hanno accompagnato l’allenatore nel percorso tra la ressa dei cronisti presenti e la macchina della società che lo aspettava all’uscita dell’aeroporto. «Sono molto contento di essere qui. Ci vediamo alla conferenza mercoledì dove risponderò alle vostre domande. Come si pronuncia il mio cognome? Ditelo all’italiana», ha scherzato, prima di rispondere con un «Forza Magica» preparato, ma gradito. 

Anticipato di un paio d’ore dal procuratore Boisseau, il primo giorno nella capitale è proseguito nel quartiere generale di Trigoria che diventerà la sua casa almeno fino a domani quando alle 15.30 verrà presentato in conferenza stampa. Garcia passerà due notti al «Bernardini» prima di volare nuovamente in patria per salutare Lille e i sui tifosi di fronte ai giornalisti francesi. «Questo è un buon posto per lavorare», ha commentato il transalpino dopo il consueto tour tra campi, palestre e il nuovo studio seguito dalle indicazioni di Tempestilli e Massara: accanto a loro l’intera dirigenza romanista (negli ultimi giorni sono stati preparati tutti i documenti necessari per sbrigare gli ultimi dettagli) che ha regalato al nuovo arrivato un dizionario e una guida della città. 

Garcia ha già espressamente richiesto a tutti che si parli soltanto in italiano – oggi cercherà casa nella Capitale, probabilmente nelle zone centrali – poi si è lasciato andare in un commento quando l’occhio è finito sulla presentazione della nuova campagna abbonamenti: «Mi piace questa immagine, dobbiamo essere come lupi». Intanto l’ormai capo branco Walter Sabatini, dopo aver aspettato il susseguirsi di strette di mano e i primi approcci al nuovo ambiente, non ha voluto perdere tempo convocando il nuovo allenatore nel suo ufficio. Un lungo colloquio privato di due ore per sistemare alcune faccende logistiche tra cui le date dell ritiro estivo di Riscone. La partenza potrebbe essere anticipata al 10 luglio per una permanenza di circa 12 giorni.

Nel mentre verranno disputate in loco due amichevoli con le solite formazioni locali e un’ultima più prestigiosa a Vienna contro un avversario ancora da definire. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo sempre la priorità del mercato. I contatti tra i due sono andati avanti assiduamente nei giorni scorsi per discutere dei nomi messi nel mirino, prima che il ds riparta oggi alla volta di Milano. Il viaggio di Sabatini è stato posticipato proprio per rimanere qualche ora in più insieme al nuovo allenatore, passare una serata a cena in un ristorante del centro e studiare le strategie della prossima stagione.

Uno dei nodi da sciogliere passerà ovviamente dalla permanenza di De Rossi. Il numero sedici non ha ancora preso una decisione definitiva, che probabilmente sarà condizionata anche dalle intenzioni di società e allenatore. Il lungo silenzio del centrocampista si è infranto in Brasile al termine della prima gara azzurra nella Confederations: un accenno alla Nazionale e poi un ritorno, mai banale, sul presente e il futuro della sua Roma. A partire proprio dalla scelta della guida tecnica. «Ho seguito con grande attenzione tutta la storia, tutta la telenovela, anche se ancora non ho sentito nessuno: né il mister, né nessuno della società. Penso che abbiamo preso un allenatore bravo, equilibrato. Mi ricorda vagamente Luis Enrique, quindi parte col piede giusto, perché per me rimane sempre il numero uno. Poi tutto è da vedere. Ma mi sembra una buona scelta, poi il fatto che non sia stata la prima a noi non deve interessare. Leggo anche di acquisti che potrebbero essere molto importanti per la Roma. Penso che la società stia facendo le cose nella maniera giusta, anche perché dopo gli ultimi due anni c’è bisogno di una svolta». 

Parole decise, che sembrano lontane da quelle di un addio, nonostante le situazioni ambientali con cui De Rossi si è dovuto più volte scontrare: «Penso che chi calunnia è peggio di chi fa la spia. E a Roma si vive anche di calunnie. Diciamo che quando vengo in Nazionale, sono considerato non dico una stella, ma un giocatore molto importante, mentre a Roma devi stare sempre attento a come ti muovi, a quello che dici, perché ti vengono attaccante delle pecette vergognose. Dover sempre negare accuse folli o dicerie becere è un po’ più grave secondo me. Come rendimento è vero che vado meglio in azzurro forse perché giocare nella Roma mi dà una pressione diversa, più passionale e a volte forse mi confondo e mi coinvolge troppo».

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