Rassegna Stampa

“Noi celerini sotto attacco. Chiediamo al Viminale i danni per le ferite”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 24-11-2014 - Ore 11:22

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“Noi celerini sotto attacco. Chiediamo al Viminale i danni per le ferite”

«Siamo pronti a chiedere i danni al Ministero per le ferite che subiamo». Andrea Cecchini, coordinatore nazionale dei reparti mobili del sindacato Anip — Italia Sicura lancia un grido di dolore: «Serve prevenzione e repressione: e sul campo con noi vogliamo un magistrato. Noi “celerini” siamo sotto il tiro del malcontento sociale e corriamo il rischio di diventare il bersaglio dei violenti: sabato tanti colleghi sono stati feriti in una coincidenza di agguati almeno anomala. Pretendiamo rispetto dal Viminale e misure immediate: la questura di Roma ha respinto tutte le proposte di ricompense per noi operatori dei reparti per gli scontri del 14 dicembre 2010 in Piazza del Popolo. Le spese sanitarie per i 40 colleghi feriti ce le siamo pagate da soli». A Roma si è rischiato anche di più, con bottiglie, sassi e una molotov scagliati mentre in strada passavano macchine di civili che volevano semplicemente raggiungere lo stadio o tornare a casa. «È stata usata un’arma bellica — continua Cecchini — è un punto di non ritorno. Ora chiederemo i danni ai nostro datori di lavoro: di questi episodi deve rispondere chi ne ha la responsabilità penale, in questo caso gli ultras, ma anche chi ha la responsabilità oggettiva di non fornirci regole d’ingaggio chiare che ci consentano di essere tutelati». Le proposte sono semplici: «Ci troviamo regolarmente a lavorare senza garanzie: sul campo con noi vogliamo un magistrato e chiediamo l’applicazione dell’articolo 51 del codice penale, che esclude la punibilità di chi esegue un ordine legittimo. Ovviamente non parlo di chi di noi sbaglia, che deve assolutamente pagare, senza dubbio alcuno.Oggi se arrestiamo un immigrato che delinque ci accusano di essere fascisti, poi però se interveniamo per ripristinare l’ordine a Tor Sapienza veniamo massacrati: non è più sostenibile».

Fonte: LA REPUBBLICA (M. PINCI)

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