Rassegna Stampa

Non dobbiamo abituarci all’illegalità

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 04-05-2014 - Ore 11:54

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Non dobbiamo abituarci all’illegalità

La Coppa Italia è la seconda più importante manifestazione del calcio nazionale. Con nomi diversi si gioca in tutto il mondo, ma da nessuna parte ci si spara, ci si scontra e se ne mette in dubbio lo svolgimento fino all’ultimo minuto possibile. C’è qualcosa di buio che avvolge il calcio italiano, qualcosa di inesorabile che non ha più dignità e non è più controllabile. Non sono successi fatti eccezionali ieri a Roma.

Sono stati solo più gravi ed evidenti, ma succedono ogni domenica. Gli ultrà violenti schedati sono circa 70 mila. Volessero mettere a fuoco e fiamme questo Paese, non saremmo in grado di fermarli. Alla fine ci siamo abituati al male del calcio, abbiamo finito per considerarlo un tic dei tempi. Anche le pene sono inventate. Il Daspo è la proibizione di andare allo stadio, come se un ladro fosse condannato non al carcere ma a non entrare in una banca o in un supermercato. Cerchiamo di coprire con il ridicolo quello che non sappiamo arginare, che è così scappato di mano da essere diventato un mestiere. I violenti da stadio sono violenti e basta. Vengono ingaggiati per altri lavori duri. Spesso sono picchiatori professionisti, mercenari metropolitani, la fede calcistica è un’altra storia. Per trent’anni abbiamo provato a capirli, a giustificarli, a isolarli, a dividerli: non abbiamo ottenuto niente. Da altri anni, per limitarli, abbiamo reso invivibili gli stadi facendo pagare a tutti le colpe loro. Abbiamo scritto trattati sociali, riempito le sale di convegni, abbiamo costruito martiri ed eroi.

Una guerra per bande lunga tutta l’Italia che spesso controlla pezzi di stadio, merci che dentro lo stadio si scambiano. Una criminalità tutt’altro che ingenua. Infatti spara. Infatti è legata ad altri gruppi criminali. La violenza non è mai una sola, ha una gamma di colori. Da noi è come se si fosse scelto di considerare solo pallida la violenza da stadio, un peccato di gioventù, una leggerezza inevitabile in un’epoca avara di guerre. Oggi è venuto il tempo semplicemente di combatterli per quello che sono, per quello che fanno. Non sono i sacerdoti di riti pagani, bravi ragazzi maneschi ma con sacri ideali, non giocano sfide di fede, commettono reati sempre più gravi, sempre più contro tutti. Reati evidenti, con citazioni esatte nei codici penali. È ora di non considerarlo calcio, ma delinquenza comune. Non è da Paese civile non saper garantire uno spettacolo. Questa impotenza è un problema di tutti. Ha un valore morale ed economico. È un danno inaccettabile davanti al mondo. Se non può nemmeno giocare a calcio, una nazione, cos’altro potrà mai fare?

Fonte: Corsera

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