Rassegna Stampa

Panucci a gamba tesa: «La lezione di Conte e quel Milan sparito»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 18-07-2016 - Ore 08:20

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Panucci a gamba tesa: «La lezione di Conte e quel Milan sparito»

LA GAZZETTA DELLO SPORT – BINDA - Vesti alcune delle maglie più importanti al mondo, poi ti siedi in panchina e capisci quanto sia dura tornare a quel livello. Molti si arrendono, uno tosto come Christian Panucci no. Dopo l’incubo di Livorno (due esoneri e retrocessione), la nuova avventura si chiama Ternana.

Perché questa scelta?

«Mi ha convinto il d.s. Larini a Bologna, presentandomi il progetto per migliorare i 53 punti dell’anno scorso. L’obiettivo è fare qualcosa di importante. Partiamo quasi da zero con una squadra da rifare, ma con una buona ossatura, mi piace. Però aspetto i rinforzi. A me interessava lavorare e poi la piazza è tosta e ha fame di calcio, quindi mi stimola».

Sarebbe più comodo fare l’opinionista tv, invece...

«No, sono innamorato di questo lavoro e lo faccio con voglia e passione, sono molto motivato, questo è il mio mestiere»

Quante colpe si prende per la retrocessione del Livorno, dopo due esoneri?

«La prima volta avevo lasciato la squadra in zona playoff, la seconda stavamo comunque facendo bene. L’obiettivo era salvarsi e stavamo facendo un miracolo: mi è rimasto un grande rimpianto per non aver potuto lavorare bene, ho sofferto tantissimo. Se sbaglio io mi prendo le colpe: sono orgoglioso per aver allenato lì, ma dispiaciuto per non aver potuto farlo serenamente. La società è troppo instabile».

Si va verso una Serie B senza punti di riferimento, a meno che il Verona non faccia il Cagliari o il Palermo.

«Assolutamente sì. Nel torneo Cagliari e Pescara in lotta per la A ci potevano stare, ma chi credeva nel Crotone? Ora le squadre sono ancora da formare, ma credo che il Verona parta sopra a tutti con un’ossatura importante. Il Cagliari era più forte di quello retrocesso l’anno prima, bisogna vedere se lo sarà anche il Verona: dipende dall’approccio che avrà».

Dopo Carpi, Frosinone e Crotone, quale sarà la sorpresa?

«Intanto sta facendo una buona squadra il Cesena, tra le sorprese aspettiamo il 31 agosto, ma una ci sarà di sicuro».

Tra lei, Gattuso e Brocchi, dopo Oddo, sarà una Serie B marchiata Milan.

«Dico in bocca al lupo a Oddo per la A, Rino e Brocchi sono contento di rivederli. Il Milan è una grande scuola, di calcio e di vita, insegna tanto: la cultura del lavoro, il rispetto, la cura dei particolari. A noi è servito, ora non è più un Milan così».

Perché?

«Da quando il presidente non è più stato presente e non ha più potuto investire come prima... Il mio Milan resta irripetibile: con noi non giocava il Pallone d’oro Papin...».

Come lo vede il suo maestro Capello se va all’Inter?

«Non ho voglia di parlare di Capello».

A proposito: la sua Milano calcistica è finita ai cinesi...

«Stanno spopolando, investono, dobbiamo abituarci. Anche la Roma è americana. Se in Italia siamo in crisi, è giusto che ci siano investitori stranieri, ma bisogna vederli all’opera».

Dopo 8 anni alla Roma è quella la sua squadra del cuore?

«Vivo lì, c’è un feeling particolare, ma io sono riconoscente a tutte le squadre dove sono stato, a partire dal Genoa dove sono cresciuto. L’altro giorno mi ha mandato un telegramma di in bocca al lupo il Real Madrid, da questo capisci che è una società top».

Sì ma la Roma?

«Sta nascendo una bella squadra con un tecnico bravo, ma sempre sotto la Juve».

E’ fuori portata?

«E’ anni luce avanti a tutti, complimenti, è imbattibile in Italia e tra le big d’Europa».

Tra i colleghi in Serie B chi la incuriosisce?

«L’anno scorso ho apprezzato Juric, sia come uomo che come tecnico, sono curioso di vederlo in A. Forse la sfida con Gattuso sarà una partita nella partita, visto il nostro carattere. Ma adesso voglio pensare soltanto alla Ternana».

Che ne pensa del «contismo»?

«Conte è un grande. Trasmette le sue idee, come gestisce, dà un’idea di gioco, emozioni. Dispiace che abbia lasciato l’Italia. In Francia ha fatto un miracolo per la squadra che aveva, lo apprezzo tantissimo».

Cosa l’ha colpita agli Europei?

«La crescita di nazioni piccole, come Galles e Islanda. E come la Germania in pochi anni sia riuscita a diventare maestra nel possesso palla. Noi non possiamo sempre pensare di essere i più furbi di tutti, dobbiamo crescere. Nei settori giovanili non sappiamo lavorare: quando abbiamo vinto gli Europei Under 21 con Cesare Maldini eravamo i più forti giovani in circolazione».

Non è che adesso tanti allenatori prestano meno attenzione alla parte tecnica e tattica, per cercare di puntare sulle motivazioni come è stato costretto a fare Conte in Francia?

«Il problema in Italia è troppo grosso. Non si può parlare solo di motivazioni. Serve più tecnica, è sbagliato il modo di far crescere i giovani e deve tornare a essere importante il ruolo dell’allenatore. Ci sono troppe persone che lavorano nel calcio e non hanno mai giocato, gente che fa altri lavori e si inventa direttore sportivo».

Ma cosa serve al calcio italiano per tornare a essere il migliore del mondo?

«Settori giovanili all’altezza con strutture adeguate e veri istruttori. Tanti si sentono scienziati, non si può far fare tattica a ragazzini che non sanno calciare il pallone. Ci vogliono quei vecchi allenatori che ti mettevano contro il muro a calciare. Mio padre faceva così con me: quando nel 1994 ho giocato la finale di Champions a sinistra mi sono ricordato di quelle ore passate con lui a imparare a calciare di sinistro».

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Binda

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