Rassegna Stampa

Parla Buffon: "Largo ai vecchi, siamo i punti fermi"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 28-06-2014 - Ore 12:10

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Parla Buffon:

«Prima del Mondiale pensavo che non fossimo i migliori, ma comunque abbastanza maturi e affidabili da arrivare al traguardo della qualificazione agli ottavi. Almeno».

Gigi Buffon, il portiere, il capitano, il veterano.

Qualcuno non ha gradito le sue dure parole dopo l’Uruguay. Ora, con qualche giorno di lontananza dall’accaduto, si può tornare ad analizzare il crollo delle aspettative e a colmare i vuoti. Che idea s’è fatto delle cause dell’eliminazione?

«Fattori ambientali, come il caldo valgono per tutti, ma forse molti di noi erano anche logori da un punto di vista fisico. La vittoria iniziale ci ha illuso. Prima di questo Mondiale l’Italia si era fatta apprezzare per il bel gioco, qui sembravamo una squadra senza idee».

Questa, mi permetta, è una critica all’allenatore.

«Per niente. Il mister è una persona perbene e un ottimo tecnico e mi è dispiaciuto che si sia dimesso. Ha riavvicinato la gente alla nazionale con pazienza, sentimento e volontà. In questo ha vinto. L’idea di proporre un nuovo modo di giocare con gli uomini che avevi a disposizione, era giusta. In tre competizioni, siamo arrivati due volte sul podio».

Quindi le responsabilità sono più della squadra?

«Le colpe, in una grande débâcle come questa, vanno divise tra tutti. C’è una compartecipazione».

Eppure, il suo discorso post partita sembrava puntare il dito verso i giovani e Balotelli, in particolare.

«Non ho mai avuto paura a esprimermi. Spesso le cose mi escono come starnuti. Ho espresso un concetto di cui sono convinto ancora adesso. Ma in vent’anni di carriera non ho mai attaccato un compagno. Figuriamoci se avrei potuto farlo in un momento come quello. E Balotelli, a 24 anni, non è certo un giovane».

E allora di cosa si trattava?

«Di uno spunto per una riflessione. Leggo e sento spesso commenti ironici sull’età dei Pirlo, dei De Rossi, dei Buffon, dei Barzagli. Le chiacchiere passano e i fatti restano in campo: a rompersi le ossa per la causa, sono sempre gli stessi».

Largo ai vecchi.

«Chi ci chiede di pensarci bene se continuare, dovrebbe vedere chi sono ancora i punti fermi. È dietro che sta venendo meno qualcosa. Senza riferimenti personali. Buffon bisogna giudicarlo per quello che sta facendo, non per quello che potrebbe fare. Così costruisci uomini, altrimenti vai incontro a figure di m…».

La giovinezza non è una garanzia assoluta.

«Spesso i giovani vengono caricati di grandi aspettative, ma sotto c’è molta fragilità. Sento dire dal 2010 che l’Italia è vecchia. Se un giovane ha il talento per diventare un campione, non lo mandi in nazionale dopo tre, quattro partite ma gli fai arare l’erba in serie A. Io ho giocato in nazionale due anni dopo l’esordio e mi sono reso conto che si trattava di un onore e di un impegno non semplici da sostenere. Adesso un ragazzo dopo tre buone partite è in nazionale e dà per scontato tutto».

De Rossi ha più o meno detto le stesse cose.

«Ho letto le parole di Lele al ritorno. Condivido in pieno. In queste competizioni è lo spessore umano che fa la differenza».

A proposito. Il suo amico Pirlo ha dato l’addio, però potrebbe ripensarci.

«Se il nuovo allenatore lo facesse sentire importante Pirlo sarebbe ancora fondamentale. Uno con la sua bravura non merita di finire con un Mondiale fallimentare».

«Ho trovato di nuovo la strada in salita. Pensavo che l’infortunio fosse di una gravità inaudita. Ringrazio lo staff medico. A livello psicologico poteva diventare un ostacolo. Credevo di ritrovarmi nella stessa situazione del Sudafrica. Aspetti un Mondiale quattro anni dopo aver trascorso il precedente a letto. Hai dimostrato che ti sei ripreso alla grande e il giorno prima dell’esordio ti fai di nuovo male».

Ecco, si è parlato di crisi di panico.

«Panico? Mi viene da ridere. Le mie dichiarazioni post Uruguay, sarebbero di uno con il panico? E va bene, vorrà dire che dovrò ancora dimostrare qualcosa».

Alla fine è stato tra i pochi che si è salvato.

«Il successo personale non mi interessa se non è supportato dal successo di squadra».

Ecco e qui si torna a Balotelli, un uomo nel mirino.

«Mario è un ragazzo che ha tantissime pressioni, ma se avessi qualcosa da dirgli lo farei in modo diretto. Adesso si fa solo polverone».

Però un consiglio, potrebbe darlo.

«Quando avevo 24 anni mi dava fastidio quando qualcuno voleva fare il fratello maggiore o il papà con me. Ho papà, mamma e due sorelle. I consigli glieli devono dare i suoi familiari».

Toto-allenatore: Mancini, Allegri, Spalletti o Guidolin?

«Beati loro, anch’io sognerei di essere in una lista per allenare la nazionale. Per chi fa quel lavoro è la gratificazione più grande».

Cassano come si è comportato?

«Bene, con i suoi pregi e i suoi difetti. Sono disarmato di fronte a questo voler seminare zizzania. Antonio è stato esilarante con i suoi eccessi. Ma niente che non fosse nella norma».

Alla Russia ci pensa?

«Penso al prossimo anno. Penso anno per anno. La natura mi ha dato doti fisiche particolari ma la differenza la fanno cattiveria, attenzione, desiderio. È una sfida con me stesso».

In tribuna c’era Alena con i suoi figli.

«Mi ha fatto piacere. L’unico obbligo che abbiamo è quello di non far soffrire i nostri figli e grazie anche a una donna eccezionale come Alena ci stiamo riuscendo».

Beh, un po’ avranno sofferto, vedendo la partita.

«Ogni tanto è anche bello che i bimbi prendano delusioni e soffrano per un risultato sportivo negativo. Ti fa capire che è bello vincere e se ne hai l’opportunità la devi afferrare e non lasciarla con rimpianto. Il rimpianto è una delle cose più brutte della vita, accompagna gli uomini che non vogliono essere protagonisti della loro esistenza. Il contrario di ciò che sono».

Mi dice qualcosa della sua molto vivisezionata vita sentimentale?

«Guardi, il gossip lo metto in conto e lo capisco. Però io sono diventato famoso per le cose che ho fatto in campo e sono pronto a commentarle in lungo e in largo. Quello che succede nella mia vita privata in realtà non interessa a nessuno. Non interessa quali siano le vere motivazioni, i sentimenti. Interessano il pettegolezzo, la morbosità. Se ne parlassi solleticherei solo questi. Quello che succede fuori dal campo, riguarda solo me e le persone che mi accompagnano. Io mi sono sentito sempre Buffon il portiere e non voglio mischiare le cose. Mi sono sempre considerato, grazie a Dio, un privilegiato. Sono ancora al top come atleta. Non vedo di che cosa possa parlare se non del mio lavoro» . 

Fonte: corsera (R. Perrone)

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