Rassegna Stampa

Pelè: "Totti merita 10"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 26-05-2016 - Ore 08:08

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Pelè:

GAZZETTA DELLO SPORT - Tante domande, una miriade di aneddoti. Su tutti l’episodio raccontato da Bruno Pizzul, voce narrante dell’edizione italiana del film su Pelé: «Ero un giovane telecronista e prima di Italia-Brasile finale di Messico 70 come tanti colleghi andai alla conferenza stampa della vigilia. Pelé ci prese garbatamente in giro: ”Se non fate giocare Rivera, vuol dire che, escluso il portiere, ne avete dieci più forti di lui: vincerete di sicuro”». Risate di tutti, risatona di o Rei: quel Brasile-Italia finì 4-1 per loro, i brasiliani. E Rivera giocò solo i famosi sei minuti della discordia.

Signor Pelé, rieccola in Gazzetta ventisei anni dopo la prima volta, nell’autunno del 1990, in occasione del suo cinquantesimo compleanno. Ricorda?

«Certo, i ricordi belli restano, sono quelli brutti a volare via. Tanto più che quella foto pochi giorni dopo uscì su un giornale brasiliano che si chiamava “Gazeta Esportiva” (nessuna parentela con la Gazzetta italiana, ndr). Un’immagine che attraversò l’Oceano Atlantico!».

La «ginga» è il passo base della capoeira, la danza dei discendenti degli schiavi africani in Brasile. Nel film si parla della «ginga» in chiave calcistica, come il trionfo di talento e genialità sulle esasperazioni della tattica. Quanta «ginga» c’è nel calcio di oggi?

«Poca, direi. La “ginga” è qualcosa di difficile da spiegare, è qualcosa che uno ha dentro di sé. E’ movimento, è tocco di palla. Ogni partita è dura, chiusa e difensiva, e però lo spettatore paga per vedere lo spettacolo.. La “ginga” ce l’hanno anche i musicisti».

Sabato si gioca la finale di Champions, a San Siro. Se potesse scegliere di tornare in campo con chi lo farebbe? Col Real o con l’Atletico?

«Sono due squadre molto forti. Ai miei tempi avevo avuto delle proposte dalla Spagna e avrei potuto venire a giocare anche nel Milan».

Sta parlando degli anni Sessanta, quando poi i rossoneri presero Amarildo che l’aveva sostituito nella Seleçao nel Mondiale in Cile?

«Certo, Amarildo...».

In quel Milan giocava il suo amico José Altafini e c’era anche Trapattoni. Se lo ricorda a San Siro?

«Devo dire che mi hanno fatto tante volte questa domanda, con la storia di Trapattoni che mi aveva fermato, impedendomi di giocare. Per me non è stata così importante, era un’amichevole, niente di memorabile. Trapattoni era un buon giocatore difensivo. Mi stava sempre attaccato e a un certo punto gli ho detto: “Vai a giocare!”».

Quali sono i giocatori italiani che stima di più?

«Ce ne sono tanti».

Facciamo qualche nome. Da Rivera a Riva, da Mazzola a Maldini, fino a Totti: chi sceglie?

«Ai miei tempi di Mazzola ce n’erano due, perché per tutti noi, in Brasile, Altafini era “Mazola” (con una zeta: gli avevano dato questo soprannome per la somiglianza con Valentino, il padre di Sandro, ndr.). Beh, Paolo Maldini è stato un grande. E anche Totti, molto bravo, credo che adesso sia il più conosciuto nel mondo».

Possiamo dire che Totti è il Pelé italiano?

 

“Giusto, potete dirlo».

Però non ha risposto alla domanda di prima, quella sulla Champions. Vorrebbe giocare nella squadra di Zidane o in quella di Simeone?

«Mi piacerebbe giocare nel Barcellona. Per quanto possa essere bravo, un calciatore ha sempre bisogno di essere appoggiato dai compagni. I blaugrana sono quelli che mi piacciono di più e se potessi tornare in campo. mi troverei bene a giocare con loro».

Magari al posto di Neymar. Con Messi e Suarez formereste un tridente da leggenda, il più forte della storia del calcio.

«Ma io non voglio dire al posto di chi giocherei. Neymar è un campione, uscito dalla scuola del Santos come me. Mio figlio,che giocava là come portiere, è stato suo allenatore e mi ha sempre parlato molto bene di lui».

Insistiamo: preferisce il calcio del Real Madrid o quello dell’Atletico Madrid?

«Il calcio è una cassa di sorprese, è difficile dire chi vincerà la Champions League. Infelicemente la vittoria è diventata più importante della bellezza del gioco».

 

Sì, ma quale delle due squadre le piace di più?

«Oggi mi piace di più il Real, perché ha un gioco più aperto, meno difensivo, più artistico. Giocare bene è importante, io preferisco sempre un pareggio per 3-3 o 5-5 che un pari per 0-0. Il calcio è poesia, fantasia. Non è vero che lo 0-0 è il risultato perfetto».

Che cosa pensa di Dunga c.t. del Brasile?

«E’ un uomo molto onesto, con una propria moralità, e ha cambiato il suo modo di intendere il gioco. Adesso è meno difensivo, pensa di più all’attacco. L’ultimo Mondiale è stato molto triste. Abbiamo preso sette gol dalla Germania. Va bene perdere, ma sette gol sono tanti... Avevo 9 anni quando ho visto mio padre piangere. Era dopo il Maracanazo, la sconfitta del Brasile contro l’Uruguay nell’ultima partita del Mondiale 1950. Due anni fa, quando siamo stati umiliati dalla Germania per 7-1, mio figlio mi ha quasi visto piangere. Per il Brasile è stato un disastro senza spiegazioni, forse abbiamo sottovalutato la partita contro la Colombia (sofferta vittoria della Seleçao nei quarti, ndr). Noi brasiliani abbiamo perso le due Coppe del Mondo disputate in casa, quella del 1950 e quella del 2014. Oggi abbiamo soltanto Neymar come fuoriclasse, ed è troppo poco».

Perché Pelé non è un dirigente della federcalcio brasiliana?

«Se io potessi aiutare, lo farei, ma purtroppo non mi è possibile».

Quali campionati guarda in televisione?

«Quello brasiliano e poi la Premier League inglese, che per me è il torneo più bello, la Serie A italiana e la Liga di Spagna, perché lì gioca il Barcellona che per me è la squadra migliore».

Si diverte ancora a guardare il calcio?

«Non sempre, ci sono troppe partite che mi annoiano perché in campo non vedo fantasia e talento, ma soprattutto tattica. Io ho avuto fortuna a cominciare per strada. Oggi i bambini li portano nelle scuole calcio, ma la vera scuola è la strada, lì si impara a giocare, a soffrire e ad avere fantasia».

Lei è stato il primo vero fuoriclasse globale della storia del calcio. E continua a essere il punto di riferimento per ogni vecchia e nuova grande stella del calcio. La querelle tra lei e Maradona dura da decenni. Ha sempre avuto un concorrente argentino. Ci dice, per favore, la classifica dei suoi «top five» di sempre?

 

«E’ molto difficile. C’è sempre stato qualcuno con cui confrontarmi. Prima Di Stefano, poi Cruijff, Beckenbauer, Bobby Charlton, Maradona e adesso Messi. Leo è quello che mi piace di più, il più completo. Messi è il mio giocatore preferito, ma anche Cristiano Ronaldo e Neymar sono bravi. Hanno stili diversi in un calcio cambiato. Oggi si gioca più chiusi, si sta sulla difensiva, c’è molta tattica in tutte le squadre. È più difficile tirare fuori le qualità dei singoli, la loro fantasia, i loro colpi».

Lei non ha mai vinto un’Olimpiade e sappiamo che le pesa. Farebbe cambio con Messi: lei gli dà uno dei tre Mondiali vinti, lui l’oro vinto ai Giochi, così magari siete tutti e due felici. O no?

«Messi è stato molto fortunato a poter giocare un’Olimpiade. Io purtroppo non ho avuto questa possibilità. Così non ho mai vinto l’oro e il Brasile neanche».

Qual è stata la vittoria più importante della sua carriera?

«Nel 1970 in Messico, la finale del Mondiale, il 4-1 contro l’Italia. In Messico ero un giocatore completo, avevo esperienza, sapevo che sarebbe stato il mio ultimo Mondiale, ne ero cosciente e lo avevo pure dichiarato. Per la prima parte della mia carriera, però, il culmine è stata la Coppa del Mondo in Svezia, nel 1958. Ero matto, avevo 17 anni. Quando sono arrivato in Svezia, immaginavo che tutti ci conoscessero, ma nessuno in realtà sapeva chi fossimo. Ci confondevano con gli uruguaiani e con gli argentini. Prima del Mondiale non importavamo a nessuno. I giornalisti mi chiedevano: “Scusa Pelé, ma tu arrivi dall’Argentina o dall’Uruguay?”. Il Brasile in Europa non era conosciuto, né come Paese né come nazionale, non avevamo ancora vinto nulla».

Il gol più importante?

«Il millesimo, nel 1969, su calcio di rigore (al Maracanà, con la maglia del Santos, contro il Vasco da Gama, ndr). La gente pensa che tirare i rigori sia facile, ma non è così. Nel momento del millesimo non capivo niente, mi tremavano le gambe, eppure ho trasformato il penalty. Io ho segnato 1283 gol (la Fifa gliene conta 1281 n.d.r.), eppure il millesimo dagli undici metri è stato il più importante e più difficile».

E il più bello?

«Nel 1959, allo stadio di “Rua Javari” a San Paolo. Noi del Santos affrontavamo una squadra che si chiamava e si chiama Juventus di San Paolo. Proprio come la vostra Juve di Torino, sì. Io feci quattro “sombreri”, tre a tre difensori e uno al portiere».

Parentesi: di questo gol non esistono immagini, ma l’azione è stata ricostruita in maniera virtuale, sulla base dei racconti di tanti testimoni, e il filmato lo si può trovare con facilità su youtube. Per descrivere questa rete, Pelè ha usato due parole gergali del lessico calcistico brasiliano. La prima è «beque», deriva dalla distorsione dell’inglese «back» e significa difensore. La seconda è «chapéu» ed è la parola con cui in Brasile definiscono il sombrero, il gesto tecnico del dribbling aereo, della palla passata sopra la testa dell’avversario. Curiosità: la Juventus di San Paolo ha maglie granata, in onore del Grande Torino. La Juve granata, un ossimoro.

Nessuno dei grandi campioni del calcio è riuscito nell’impresa che realizzò lei, nel 1969, quando il Santos andò per una tournée in Africa. Era bastata la sua sola presenza per fermare una guerra civile, in Nigeria, per la secessione del Biafra.

«Ci dicevano che eravamo matti ad andare a giocare in una zona di guerra. Invece fecero una tregua e così giocammo. Purtroppo, dopo la partita, la guerra ricominciò»

Più bella la sua vita o più bello il film?

«La mia vita. Questo film è soltanto una parte».

Magari ci sarà un sequel.

«Certo, sono ancora giovane (ride, ndr)».

Fonte: Gazzetta dello Sport

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