Rassegna Stampa

Perrotta: «È un calcio da ricchi Via il vincolo e sì alle squadre B»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 13-11-2015 - Ore 07:40

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Perrotta: «È un calcio da ricchi Via il vincolo e sì alle squadre B»

IL CORRIERE DELLA SERA - TOMASELLI - Simone Perrotta, campione del mondo 2006, consigliere della Federcalcio come componente dell’Assocalciatori. La sorprende che si parli di giocatori che pagano per giocare a calcio? 
«Purtroppo non mi suona nuova. È un fenomeno che ha preso piede negli ultimi anni e riguarda i livelli più bassi del pallone, dalla Lega Pro in giù». 
La prima causa di questo malcostume qual è? 
«La colpa principale credo sia di dirigenti senza scrupoli: per questo ci battiamo tanto per la formazione etica. Poi ci sono le famiglie, disposte a pagare un’illusione: ma se devi mettere dei soldi per far giocare tuo figlio, capisci già che non ha un futuro». 
Eppure i genitori lo fanno. Perché secondo lei? 
«Perché il calcio è una forma di riscatto sociale. Ma le aspettative creano solo disagi. Io ho due figli: sui campi vedo e sento cose che mi fanno davvero pensare». 
Ci sono poi gli errori a monte: l’obbligo di schierare (ricevendo contributi in cambio) i giovani under 21 in Lega Pro e adesso in serie D non crede che abbia incentivato certe situazioni? 
«Sì, siamo di fronte a un fallimento totale, anche se quando è stata introdotta questa regola si era pensato di fare del bene. Ma nello lo sport la meritocrazia dovrebbe essere intoccabile. Con quel sistema, si dava e si dà l’illusione di poter fare i professionisti a ragazzi che per la stragrande maggioranza poi tornano ai livelli più bassi del dilettantismo. Oppure smettono». 
Un altro problema che aggrava lo scenario è il cosiddetto «vincolo». 
«È rimasto solo in Italia e in Grecia ed è una vergogna. Il genitore firma il contratto del figlio dai 14 anni in poi e fino ai 25 anni il ragazzo è legato alla società. Per svincolarsi deve pagare. E questo può chiaramente creare dei meccanismi poco virtuosi. Una volta era anche peggio, perché il vincolo era a vita e dal 2002 l’Aic è riuscita progressivamente ad abbassare l’età. Sarebbe giusto portarlo a 18 anni». 
Ma il calcio, in generale, è diventato una cosa da ricchi? 
«In alcune zone soprattutto, ormai è così. Ho chiesto a mio padre se ha mai pagato qualcosa per me: zero. Io spendo 1.500 euro all’anno per le scuole calcio dei miei figli». 
Così si perdono dei talenti? 
«Per fare giocare i figli alla fine i soldi si trovano. Ma oggi spesso non si gioca gratis nemmeno in parrocchia, che assieme alla strada è stata una delle palestre del nostro calcio. È un problema anche per lo sviluppo delle capacità tecniche e motorie». 
A proposito di formazione: risulta che ci sia anche chi paga per andare in panchina, almeno tra i dilettanti. 
«Anche per questo la formazione deve riguardare soprattutto i tecnici, in profondità: la passione non basta, ci vuole la competenza. E vale anche per le scuole calcio». 
Le cosiddette «seconde squadre» possono migliorare in qualche modo la situazione? 
«Assolutamente sì, perché sono sotto il diretto controllo dei grandi club che le vogliono istituire, facendole giocare ad esempio in Lega Pro. I giovani possono crescere in un campionato di adulti ed essere sempre a disposizione della casa madre. Tutta la terza serie ne trarrebbe beneficio, anche a livello di visibilità in tv». 
Anche perché dei 23 campioni del mondo di Berlino una decina, da Grosso a Iaquinta, da Toni a Materazzi, era andato da giovane a farsi le ossa in serie C. Oggi non è più così. È solo un caso? 
«Le grandi squadre non mandano più i ragazzi in Lega Pro, che ha smesso a sua volta di essere un serbatoio di giovani talenti. Ci sono state e ci sono ancora troppe situazioni di finto professionismo: deve fare calcio a certi livelli solo chi può farlo». 

Fonte: Il Corriere della Sera - Tomaselli

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