Rassegna Stampa

Poltrona per due

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 25-10-2014 - Ore 12:00

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Poltrona per due

Una maglia per due, dove i due, Francesco Totti e Mattia Destro, sono partiti fianco a fianco nell’ultima partita contro il Chievo. Sono arrivati 3 punti e 3 gol, di cui due firmati proprio dai centravanti giallorossi che oggi si contendono il posto. Perché se è vero che in casa una settimana fa hanno giocato insieme, in trasferta sembra difficile che Garcia si affidi ancora al tridente pesante. E allora dovrebbe essere staffetta, con il capitano favorito e Destro in rampa di lancio.

Come a febbraio Magari con quella rabbia che, a febbraio, gli ha fatto scaraventare sotto la traversa non solo il pallone del terzo gol (l’altro lo aveva segnato di testa), ma anche tutte le critiche che sentiva, da settimane, sul suo conto. Era rientrato da appena due mesi, dopo 6 mesi di stop per l’infortunio al ginocchio, ed era già sulla graticola. Otto mesi dopo la situazione è, più o meno, la stessa: i gol ci sono, le critiche però vanno sempre di pari passo. E poco importa, a quei tifosi che lo definiscono inadatto a giocare in un grande club», che abbia segnato nelle ultime 3 partite in cui ha iniziato da titolare.

A scuola da Toni Oggi torna nello stadio dove ha segnato il primo gol in Serie A e nella città dove ha cominciato a respirare il calcio dei grandi. La maglia era quella del Genoa, lui restò un anno poi andò al Siena, ma del periodo ligure ricorda sempre la convivenza con Luca Toni: «Grazie a lui ho imparato tanto. E ho scoperto che si può far gol davvero in tanti modi diversi». Lo disse nel 2011, Mattia, che certo non poteva immaginare che dall’anno successivo avrebbe avuto un altro maestro, uno che con Toni ha sfiorato uno scudetto e vinto un Mondiale. Anche Totti, come Destro, è legato a Genova.

Da Carlos Bianchi… Poteva essere la sua città, se Franco Sensi avesse assecondato Carlos Bianchi che nel 1997 voleva a tutti costi spedirlo lontano dalla Capitale. Sarebbe partito, Francesco, ma, come ha ammesso lui stesso «non sarei più tornato. Perché una volta lasciata Roma per la Sampdoria mi sarei sentito tradito». Il tradimento non c’è mai stato, l’amore è forte come il primo giorno nonostante ci si avvii a festeggiare le nozze d’argento, e Marassi è per lui solo lo stadio che una volta lo ha applaudito per oltre due minuti. D’altronde, la Samp è una delle sue vittime preferite e Garcia a questi dati un occhio lo butta sempre: ha firmato contro la squadra allenata oggi dal suo amico Mihajlovic 14 delle 237 reti in Serie A. In trasferta ne ha realizzate 3, tra cui quel sinistro al volo indimenticabile del 2006. Fu proprio quel giorno (che Cassetti, autore dell’assist, raccontò così: «Indimenticabile. Prima o poi dirò ai miei nipoti che quella palla gliel’ho data io») che tutto lo stadio lo applaudì, senza distinzione di colori né tifo.

… a Spalletti In quell’occasione Totti giocava come terminale avanzato, lui che, al contrario di Destro, non è nato prima punta ma lo è diventato. Dove? A Genova contro la Sampdoria. Cresciuto rifinitore, Zeman lo vedeva e lo vede ancora attaccante esterno, Capello lo avanzava per necessità, Spalletti decise di costruirci la sua Roma più bella, quella del 4231 che incantava mezza Europa. E pensare che in quel 18 dicembre 2005 il tecnico toscano, come Capello, dovette avanzarlo per mancanza di alternative. Lì nacque la Roma del record delle 11 vittorie e, ironia delle sorte, nacque perché Spalletti, privo di Cassano, Montella e Nonda non se la sentì di dare fiducia al giovanissimo Okaka, allora 16 anni. Totti scoprì in quel momento la sua seconda giovinezza, che lo ha portato a vincere Mondiale e Scarpa d’oro in due anni. Destro, oggi, potrebbe scoprirsi indispensabile. E mettere a tacere tutte le critiche.

Fonte: Gasport

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