Rassegna Stampa

Prove di business plan per il calcio

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 27-07-2014 - Ore 14:15

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Prove di business plan per il calcio

Il calcio, in Italia,è come l’arte: un patrimonio, una storia, una tradizione che ci facciamo scappare dalle mani. Eppure è un patrimonio, che, fatto rendere a dovere, come pure l’arte, non cadrebbe in pezzi e potrebbe mettere in moto sviluppo. L’Italia ha passato gli ultimi due Mondiali a veder giocare gli altri, ora, davanti al calciomercato degli altri, rosica e fa i conti con parametri zero, scambi e conguagli. Nulla più. Eppure, c’è un’epoca felice in cui il calcio faceva cassa e dava gioie mondiali. Qual è la strada da seguire per la federazione italiana gioco calcio che l’u agosto eleggerà il nuovo presidente e dovrà scegliere nuove strategie? «Bisogna ripartire dai vivai, dai campetti di periferia», dice Michel Zen-Rufinnen,già segretario della ×Fifa e responsabile dell’organizzazione dei Mondiali 2002. «La vittoria della Germania indica la strada a tutte federazioni – continua – Serve una organizzazione professionale, metodica, rigorosa della struttura giovanile. Non serve andare a caccia di campioni in giro per il mondo: ogni Paese ha i propri. Guardate, ad esempio, quel che è successo alla Svizzera: ha curato i vivai e i propri talenti, vende giocatori in tutta Europa e al Mondiale è uscita su un’invenzione Messi-Di Maria. La piramide va costruita per cercare e trovare i futuri campioni nei paesi di provincia, per poi farli crescere in centri federali».

Come ha fatto la Germania che, esaurita la vena d’oro di Brehme, Matthäus e compagni, vinto il Mondiale di Italia 9o, ha saputo precorrere i tempi. I tedeschi hanno investito 600 milioni di euro in dieci anni nei vivai, nel 2o09 hanno vinto tre Europei con le Unden7, Unden9 e Under21, per arrivare al trionfo di Rio de Janeiro. Un successo voluto, costruito, anno dopo anno, città dopo città: «Non è un miracolo, una alchimia – continua l’ex segretario della ×Fifa – Si tratta solo di programmare e di far crescere i futuri campioni fin da ragazzini nelle Nazionali di categoria: in Italia potete tornare a vincere. A patto che la federazione sia del tutto autonoma dalla Lega». Perché il calcio può portare crescita, sviluppo, che non significano solo coppe al cielo, quelle sono l’esito di un percorso. Trent’anni fa, a Mondiale di Spagna in bacheca, il calcio italiano valeva 18o miliardi di vecchie lire (cioè 245 milioni di euro rivalutati a oggi) di Totocalcio. Il vecchio 13 è in soffitta, ma le scommesse legali, i cui introiti finiscono nelle casse dello Stato, sono perlopiù legate al pallone di casa nostra. Oggi quella montagna di denaro è scomparsa dai radar del nostro calcio e la Federazione, per la propria attività, deve aspettare i 62 milioni che arrivano dallo Stato.

«La strada è far rendere, mettere a profitto il calcio italiano», dice Luca Scolari, manager di profilo internazionale, legato al mondo dello sport tanto da aver organizzato il Giubileo dello sportivo per conto del Vaticano nel 2000. «La mia è un’idea di federazione una e trina: tre aree, tre business unit, quella politica-istituzionale che fa capo al presidente, quella sportiva e quella manageriale, che devono dialogare quotidianamente per un unico obiettivo: far sì che il calcio sia di nuovo business». Tutto ruota attorno allo sport che muove il sistema ma il vero cambio di passo deve essere nella parte manageriale. «Penso al business, poco sfruttato, delle scommesse (la federazione potrebbe fare un bando pubblico per la gestione dei propri loghi in esclusiva con i player del settore), a come valorizzare il museo di Coverciano, al merchandising col brand della Figc, a un progetto per legare i colori di tutte le società a una catena di food in giro per il mondo con tutte le eccellenze italiane sulla falsariga del ristorante newyorchese dell’Independiente. Spazio ce n’è molto: se il calcio diventa redditizio, la federazione potrà avere i denari per le scuole calcio e per gli stadi».

Insomma, per ridare fiato al sistema in tempo di globalizzazione imperante, il calcio va pensato come una grande azienda, come un’azienda che porta frutto (e coppe). Perché l’Italia non può essere quattordicesima nel ranking Fifa, alle spalle della Grecia e prima degli Usa. Se non ora, quando?

Fonte: IlSole24ore

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