Rassegna Stampa

Quando la Champions non è uguale per tutti

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 15-09-2014 - Ore 08:02

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Quando la Champions non è uguale per tutti

 Per alcuni sarà il battesimo del fuoco, per altri come bere un bicchierino d’acqua. Poi, quando parte quella musichetta, così la chiamano tutti senza sapere che quelle note trascinanti hanno un nome e cognome, “Champions League” (geniale, no?), tutto si azzera. La ricetta per vincere la Champions? L’abitudine a giocarla, forse; oppure il tipo di calcio-gioco (offensivo, si sostiene); la fortuna, che va bene sempre per tutto. Non si sa, è buono tutto e, ovviamente, nulla. Ciò che sicuramente non guasta è averla già giocata. Conoscere ogni angolo di emozione che ti lascia addosso quelle serate, aiuta. 

IL PRIMATO INGLESE - Rudi Garcia, forse, ne terrà conto. Ma anche no. I dati sono questi. Il più presente (come da grafico qui a fianco) è il giocatore probabilmente più in difficoltà in questo momento, cioè Ashley Cole. L’inglese arriva a Roma a trentaquattro anni, con sulle spalle più di cento presenze (105) nella massima competizione europea, distribuite tra Arsenal e Chelsea, le due formazioni che la giocano praticamente sempre. Non solo, Cole, la conosce, sa anche come si vince: un titolo con i blues, tutto da raccontare. Se Ashley può dire di averne vinta una, Keita è addirittura a quota due, con la metà delle presenze sfruttate in carriera. Il maliano – che mercoledì per la prima volta vestirà la maglia da titolare della Roma – si è trovato nel posto giusto al momento giusto, Barcellona, e si è divertito. Le stesse presenze di Keita (54) le può contare Maicon, che addirittura ha avuto la fortuna di vincere la Champions con una squadra italiana, l’Inter. Una Champions League è l’attivo pure per Borriello (Milan, stagione 2006/2007). Marco è il terzo italiano più presente in Champions, dopo Totti (che è anche il capocannoniere della Roma) e De Rossi, il quarto è De Sanctis, che si tiene stretto le sue 15 apparizioni europee. Non sono proprio dei novizi nemmeno Torosidis, Holebas e Manolas, che arrivano dalla Juve greca, l’Olympiacos. Con loro Pjanic, che si appresta a vivere la sua prima con la Roma ma viene da una bella esperienza datata Lione. Come lui Gervinho, avventura targata Arsenal. 

LA PRIMA PER TANTI - Come dice Nainggolan, alla fine, la si vive come ogni altra partita. Radja è esordiente, non l’unico. C’è Strootman ad esempio, strano ma vero, ma non ha mai giocato questa competizione, a lui toccherà più avanti il brivido dell’esordio. Castan è un altro: ha vinto la Libertadores ma non sa cosa sia la Champions. Imparerà, forse non da mercoledì, ma imparerà. Poi, Astori, comprensibilmente a digiuno visto il passato in provincia; infine, Florenzi, Ljajic e Destro, il tridente che ha giocato contro l’Empoli due giorni fa. A loro vanno aggiunti Skorupski, Paredes e Uçan. Loro, novizi a prescindere. Il tutto sotto la guida di Garcia, che non sarà Mourinho, ma sa di cosa si tratta.

Fonte: IL MESSAGGERO (A. ANGELONI)

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