Rassegna Stampa

Quel gol della Roma a Como

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 08-03-2014 - Ore 09:02

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Quel gol della Roma a Como

Quel ramo del lago di Como… è un bell’inizio ma anche un anagramma che per ogni romanista è il principio di un altro romanzo. Fatelo: ramo-Roma, lago-goal, Como resta Como e le preposizioni danno il la: Quel goal della Roma a Como… La vita di ogni romanista è cambiata per sempre da quel momento, da quando Paulo Roberto Falcão ha dato il la giocando la sua prima partita nel campionato italiano. Era il 14 settembre del 1980. A Como. La Roma vinse 1-0 per un’autorete nel primo tempo di Volpi. Minuto 25. Natale. Dopo quell’esordio nulla fu come prima: intere generazioni di romanisti vennero educate all’arte da un calciatore sbarcato a Fiumicino, accanto al mare, direttamente dal sole, tanto era luce. Arrivarono le coppe in una città povera di vittorie, magliette bellissime, insieme antiche e nuove, vinaccia e porpora, indossate anche dai ragazzini sui sampietrini abituati da sempre a stracci e bandiere care e sgualcite. Era una Roma che tornò colta e bella, era la città di un’altra società che credeva di avere ancora molto da sognare: la Roma stava dappertutto. Finire la rivoluzione del 1977 e vincere lo scudetto era la stessa cosa, soltanto che era molto più probabile il sovvertimento dell’ordine sociale rispetto al tricolore, d’altronde l’ultimo era stato vinto prima della Resistenza. La Democrazia Cristiana sembrava meno solida della Juventus di Trapattoni: nella vita civile non si arrivò a un momento così basso come col gol annullato a Turone a Torino, un 10 maggio che pioveva.

Un’ingiustizia che costrinse a crescere almeno quella generazione di romanisti. Si aveva a che fare sempre con un’emozione. Andare allo stadio era un privilegio di tutti: l’Olimpico era il paese dei balocchi, ma nessuno era più pinocchio. Le favole non avevano bisogno di morale. Era il tempo del sogno. La Roma era dappertutto. Era un fenomeno del pallone, della vita sociale, della musica, del cinema, un sottofondo quotidiano. Una compagna veramente. Se c’è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere è stato quello, quando si arrivò a dire in uno stadio: ti amo. Arrivò lo scudetto. Si festeggiò in un Roma-Torino finito 3-1. Nel millenovecentottantatré. E tutto questo ebbe inizio dopo quel goal della Roma a Como. Misteriose corrispondenze fra poeti. Secolari alchimie fra iniziati. È storiografia che Alessandro Manzoni prima di scrivere I Promessi Sposi ebbe l’apparizione del Santo Vero: il Divino. Da quel momento contro il Como in trasferta in serie A con la Roma ci ha esordito soltanto un altro giocatore: Daniele De Rossi, il 25 gennaio 2003. C’era la notte quel sabato sera, non perché era inverno, ma per far vedere meglio quel ragazzo biondo. Non aveva nemmeno vent’anni, lui che è nato quando tutto venne alla luce: d’estate. Nel millenovecentottantatré. Campo neutro di Piacenza, ma Como- Roma in schedina, negli almanacchi, nella storia. La sua stava ufficialmente per iniziare: quel giorno la Roma non segnò, ma soltanto perché De Rossi avrebbe dovuto aspettare un altro momento, un altro segno del tempo: un 10 maggio, che non pioveva ma c’era il sole, in un Roma-Torino finito 3-1. Magici appuntamenti del destino. Déjà-vu di Dio. Un doppio sogno. Come un’altra chance concessa dalla storia alla storia, un secondo esordio. Quello di De Rossi, rispetto al mito di Falcão, è un altro romanzo giocato davanti alla difesa, un altro modo di intendere la vita fra le due linee, di abitare l’orizzonte, lì nel mezzo, sospeso tra ciò che hai e ciò che vuoi, nella zona di tutti i dilemmi del mondo: il centrocampo. Amleto sarebbe stato sicuramente un grande regista, ecco perché soffriva a fare il personaggio. Colpa di Shakespeare che gli ha sbagliato ruolo. Merito di Capello se ha fatto esordire Daniele De Rossi lasciando in panchina uno che si chiama Pep Guardiola. De Rossi ha iniziato a giocare a calcio facendo vedere i tacchetti degli scarpini a uno dei più grandi centrocampisti di sempre. Soprattutto, lo ha fatto con nonchalance. Quel pomeriggio fu proprio Guardiola a comunicarglielo: «Giochi tu, Daniele», nello stesso giorno in cui era stato deciso l’addio del catalano alla Roma.

Investiture. Se, insieme a Pier Paolo Pasolini, Paolo Roberto Falcão è stato il più grande pensatore del Novecento, Daniele De Rossi è tutta l’energia che manca a questo secolo spento, l’unico antidoto alla crisi: una specie di fresco sopravvissuto, un nato vecchio, un saggio punk, un viaggio a Mompracem e il rifugio domestico, stornelli e Metallica, lui che sull’Ipod sente R&B e Lando Fiorini, sintesi riuscita di ragione e sentimento. Certi grandi uomini si riconoscono subito per un marchio di natura: Falcão lo era dalla fronte alta (ci si specchiavano il sole e la luna, nei pomeriggi o nelle serate di coppa), Daniele De Rossi per quel biondo sfacciato e lucente dei capelli. È una specie di shining che si porta dietro. Una luce in mezzo al campo. Un fuoco d’artificio di giorno. Un miracolo maya. Una mattinata tedesca. Un girasole di van Gogh. Un solco in mezzo al campo e al viso. Una specie di sorriso. Dicono ce l’avesse già dal primo vagito. È nato il 24 luglio nel giorno in cui Dorando Pietri stremato dalla fatica vinse la maratona olimpica a Londra prima di venire squalificato perché aiutato dai giudici a rialzarsi. L’immagine dello sforzo epico e poetico per antonomasia, della generosità non solo nello sport, ma nella vita: perché un calciatore è una persona e Daniele De Rossi è una persona molto generosa. Se sostituiste, come nell’Attimo fuggente, quell’icona del tempo – 1908 – con l’immagine di De Rossi, non avreste un quadro sfigurato, anacronistico, alterato. Persino il pettorale è simile al numero di maglia: un 19 «accartocciato» che sembra il suo 16.

Probabilmente De Rossi ai giudici sarebbe riuscito a dire di no. Perché Daniele De Rossi è una promessa di rivoluzione. Riuscita. È l’unico caso, nella storia delle dottrine politiche, di democrazia applicata compiutamente: è romanista che gioca per la Roma da romanista, rappresenta gli altri quando è se stesso. È l’unico caso in cui la gioia più intima, più ferocemente profonda esprime quella degli altri: daje Roma daje urla dopo aver segnato. Non si indica il numero di maglia, né tanto meno il nome sulla maglia: non potrebbe mai, lui appartiene a un calcio che non ce li aveva scritti. Non sa cosa siano. Non si celebra mai, lavora. Risorge ogni volta dai contrasti come se non li avesse mai fatti, asciutto appena uscito dalle cascate del Niagara. Lui è il Frank Sinatra della foga, l’eleganza della sua lotta è la lealtà. Non è mai banale pure se il suo compito è quello di cucire, tessere la tela, fare la grammatica, non cercare l’acuto, il do di petto, il salto carpiato in alto. È poesia della prosa perché è sostanza che arriva fino agli spigoli: fa i ricami con l’utile, è surplus reinvestito per la Casa del popolo. Sa spolverare in frack, lui nato per essere un re popolano. È fresco e spigliato come una promessa di partenza su una mongolfiera alla Verne, o un video notturno degli Smashing Pumpkins, eppure è sinceramente umile, sa di pane, della domenica Diamante cantata da Zucchero, colloquiale come il vociare nei pomeriggi della Toscana, di un tramonto placido senza retorica sin dalla preistoria. Daniele De Rossi è un’intera giornata di vita, tra divertimento e fatica. Per lui vale ciò che scrisse il filosofo tedesco Martin Heidegger nell’analisi di un quadro di van Gogh che raffigurava delle semplici scarpe da contadino e che lo portò alla formulazione delle categorie di Terra e Mondo. Non è né più, né meno che una descrizione. Al posto di quelle scarpe immaginate gli scarpini di De Rossi. Eccole. Eccoli: …Della calzatura è concentrata la durezza del lento procedere lungo i distesi e uniformi solchi del campo, battuti dal vento ostile. Il cuoio è impregnato dell’umidore e dal turgore del terreno. Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito dono di messe mature e il suo oscuro rifiuto nell’abbandono invernale. Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, il tremore dell’annuncio della nascita, l’angoscia della prossimità alla morte. Questo mezzo appartiene alla Terra e il Mondo della contadina lo custodisce. Terra e Mondo.

Se Paulo Roberto Falcão è stato il più grande giocatore della storia del calcio senza palla, cioè senza Mondo, Daniele De Rossi è quello più a contatto con la Terra: il campo, il sudore, l’erba, il fango. Lui è diga e fiume, l’interfaccia della Roma che sta qua e là, chiude e apre, segna e sogna. Artattack. È la classicità della Madonna col bambino di Raffaello, ma sanguina di spontaneità come un’opera di Pollock. Daniele De Rossi è veramente come un’opera d’arte che sa ancora parlare al cuore ogni volta che lo vedi. La versione ultras della sindrome di Stendhal. I tifosi che lo guardano provano gli stessi sentimenti che provavano venti-trent’anni prima; i figli le stesse sensazioni dei padri e i padri quelle dei loro padri (…). È così dall’inizio. La Roma era dappertutto quando è nato Daniele De Rossi. Era sulle prime pagine del «Corriere della Sera» e di «Repubblica». Era nei cinema, veniva citata nei varietà televisivi, cantata dai cantautori, oltre a essere un antico chiacchiericcio sui ballatoi di San Lorenzo. De Rossi è il sopravvissuto di quell’epoca di sogno. È il qui e ora, il miracolo della ripetizione inaugurale. Ha colto la prima mela ma è rimasto nel giardino incantato a vedersi un Roma- Liverpool dal finale sbagliato. Quella Coppa… altro che paradiso perduto! Milton, a confronto, è soltanto un mediocre giocatore del Como. Quella Coppa… De Rossi non lo hanno cacciato da quel sogno, apposta ogni tanto lo fanno gli arbitri: invidia. È un replicante anni Ottanta. Ha riportato all’Olimpico quell’Eden fatto di olio canforato, magliette dall’uno all’undici, partite in contemporanea la domenica pomeriggio alle 14 e 30 (massimo fino alle 16 per l’ora solare), esultanze spontanee… che s’era smarrito dietro ai trenini per Bari. È di un biondo spaziale perché negli occhi ha impresse quelle immagini ancestrali che ogni romanista ha dentro. Un Rutger Hauer trasteverino che ogni volta che va in campo, giocando, racconta una vecchia filastrocca: «Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser… E lo stadio pieno, quel marmo bianco sdraiato sotto la madonnina d’oro quando l’Osservatorio non era un organismo del Viminale ma guardava le stelle da Monte Mario; la cometa del 3-0 al Göteborg, l’abbraccio pianto di Agostino con Ancelotti dopo il gol all’Avellino, la parata di Tancredi a Zaccarelli, le radioline, le trombette a gas, i fischietti, la maglietta pouchain, quella luce bianca senza sponsor nella notte col Liverpool, i tamburi in Curva Sud, il loro odore più che la loro musica, il senso di luminosità che dava Falcão, l’eleganza della corsa di Maldera. Ho visto Ciccio Graziani diventare Pelé contro il Dundee, i capelli lunghi, il bianco e nero prepotente di Attilio Ferraris, Thomas Milian che oltre a non essere romano parlava poco l’italiano con il Cucs in un Roma-Toro di campionato dell’84, le invasioni di campo contro Michelotti, i risultati attesi dentro a un cinema nel ’50 quando la radio trasmetteva ancora una canzone di Testaccio e i tre uruguaiani se ne erano già andati via… Ho visto una spalla rotta di Losi diventare la spalla per tutti i tifosi della Roma. E un cuore. Il più grande che ci possa essere. E ho visto la Juve prendersi i nostri scudetti. Ho visto immaginandola cadere nel verso giusto la monetina col Gornik, la sigla di Fantastico a colori, Grazie Roma presentata a Domenica in…, il Lecce, la sostituzione Ciucci- Negretti, l’errore di Bonetti, l’esodo a Pisa, un tempo di partita più una sintesi sulla Rai, Roma- Modena dentro Ladri di biciclette, vite e profumi di quartiere, lo stadio sempre pieno…». Insomma tutte quelle cose che noi romanisti abbiamo visto e che gli altri non possono nemmeno immaginare, noi che «quel 30 maggio eravamo in Curva Sud abbracciati alla Roma e guardavamo il mondo dalla cima di un’emozione che tutti gli altri non potranno scalare mai». Daniele De Rossi tutte queste cose le sa. Gli arrivano da molto lontano, anche prima di quel goal della Roma a Como. È da sempre che sono promessi sposi: «Il mio amore per la Roma nasce prima di aver cominciato a giocare in questa squadra, e lontano da questa squadra io non mi ci vedo Non sarei altrettanto felice a giocare con un’altra squadra, che la Roma compri o non compri campioni. Io gioco per la Roma, non per la società. Non sapete Roma che significa: la Roma è un orgoglio». (Da “Il mare di Roma”)

Fonte: Il Romanista-Cagnucci

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