Rassegna Stampa

Questa è sempre più una Nazionale di barbuti. Barbe, barbette, fili di barba: è di moda così

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 06-09-2014 - Ore 09:47

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Questa è sempre più una Nazionale di barbuti. Barbe, barbette, fili di barba: è di moda così

Una Nazionale di barbuti. Se non abbiamo sbagliato i conti, tra i 17 azzurri impiegati da Antonio Conte giovedì a Bari contro l’Olanda, 13 avevano (hanno) la barba o un accenno di barba. Si va dai «barboni» di Zaza, Candreva e De Rossi alla peluria che incornicia il volto di Immobile. Se allarghiamo il discorso ai panchinari, si sale a 20. Un’Italia di «barbudos», così come erano chiamati i rivoluzionari di Fidel Castro e Che Guevara che fecero la rivoluzione a Cuba nel secolo scorso, anche se escludiamo che nel gruppo di Conte ci siano dei castristi. Qui siamo nel campo del look. La barba è ritornata di moda e i calciatori si adeguano alla tendenza.

Classificazione Non tutte le barbe sono uguali. Ecco la mappa di quelle dei nostri nazionali. Barbe forti: Zaza, Candreva, De Rossi, Sirigu. Barbe: Bonucci, Astori, Destro, Marchisio, Parolo, Quagliarella, Florenzi. Barbette: Ranocchia, Maggio, Pasqual. Fili di barba: De Sciglio, Immobile, El Shaarawy. Barbe di due/ tre giorni tipo Mickey Rourke in «9 settimane e mezzo »: Buffon, Poli, Chiellini. Se qualcuno di loro stamattina taglia o aggiusta, esce dalla lista o cambia categoria. Già che ci siamo elenchiamo quelli che hanno facce pulite, netta minoranza: Darmian, Giaccherini, Verratti, Giovinco, Ogbonna, Perin, Padelli. A questo giro di convocazioni, causa infortuni, ci siamo persi la barbe di Andrea Barzagli, di Andrea Pirlo e di «Johnny Depp» Osvaldo, ma ci sarà modo di recuperarle, e in ogni caso l’interista è stato sostituito dal barbuto Quagliarella.

Anche una volta… Le barbe, nel calcio e non solo, andavano forte negli anni Settanta, abbinate a capelli lunghi e basettoni. Su tutti George Best, che a un certo punto si fece crescere una barba da hippy della California, anche se lui era nordirlandese. Andò a giocare negli Usa e a colpi di barba e capelli stese nugoli di americane. Paul Breitner portava una barba «politica»: all’epoca il terzino di spinta della Germania Ovest e del Bayern si professava comunista, si faceva fotografare con il Libretto Rosso di Mao in mano. Negli ultimi tempi si è attestato su posizioni più moderate. Nell’Ajax del calcio totale spiccava il «barbone» di Barry Hulshoff, difensore centrale olandese, che però in certe foto compare rasato: ogni tanto ci dava un taglio. All’alba degli anni Ottanta furoreggiava la barba rivoluzionaria di Socrates, leader di quel fenomeno socio-politico passato alla storia come «democracia corinthiana», l’auto-gestione democratica della squadra del Corinthians, con annessi messaggi contro la dittatura militare al potere in Brasile. Negli anni Novanta a Padova si materializzò il pizzetto alla Kit Carson dell’americano Alexi Lalas, difensore e rocker. Più tardi David Beckham cominciò a divertirsi col rasoio: un filo di barba, un po’ di barba, fino ai giorni nostri, quando la sua barba è diventata pronunciata. Difficile però toccare le vette di Davide Moscardelli, gran «barbone» del nostro calcio, ex Chievo e Bologna, oggi al Lecce in Lega Pro. Nei giorni scorsi si è fatto la doccia anti-Sla, ma non alla testa: l’acqua se l’è rovesciata sulla barba. Post scriptum: l’autore di questo articolo porta la barba. Che noia, che barba (Sandra Mondaini, cit.).

Fonte: Gasport

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