Rassegna Stampa

Record e proverbi per un amore sfiorito tra crolli e polemiche

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 13-01-2016 - Ore 08:07

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Record e proverbi per un amore sfiorito tra crolli e polemiche

GAZZETTA DELLO SPORT - STOPPINI - Trentun mesi, 944 giorni, un record di 85 punti che non sarà semplice cancellare e una domanda che frulla nel cervello di tutti gli uomini che per due anni e mezzo hanno avuto a che fare con Rudi Garcia: possibile sia stata tutta un’illusione? Possibile che la chiesa al centro del villaggio fosse una visione in un pomeriggio di settembre e nulla più? Possibile che quel violino torinese non sia riuscito a suonare lo straccio di un inno alla gioia? Rudi Garcia è stato tutto e il contrario di tutto, a Roma. «Abbiamo preso uno che la sera si occuperà pure di spegnere le luci del centro sportivo», dicevano a Trigoria il 12 giugno 2013, quando diventava ufficiale il suo incarico. Un mese dopo Garcia già faceva discutere: la Roma si allenava a Riscone sulle macerie di una Coppa Italia persa con un derby, lui difendeva Osvaldo e urlava: «Qui chi contesta è tifoso della Lazio». Boom. Il contrario di un fulmine, prima il tuono poi il lampo accecante delle 10 vittorie consecutive a inizio campionato, la metafora della chiesa, uno stile comunicativo impeccabile, un senso crescente di onnipotenza dentro Trigoria. 
I dubbi La Roma volava: ritorno in Champions League, pareva l’inizio di una grande storia. Era solo l’inizio della fine. In quelle settimane i dirigenti sottolineavano: «Non è mica l’uomo della provvidenza», come a voler rimarcare anche i meriti di chi l’aveva scelto. Segnali curiosi, come le voci, i racconti di chi viveva accanto a Rudi: non sappiamo come allena la Roma, non sappiamo come siamo arrivati secondi, è stata una magia. Possibile mai? Il dubbio si insinua, inizia la seconda Roma. E ammalia, pure lei, almeno sulle prime. Garcia è al centro del mondo, si fidanza al Colosseo. Al termine della tournée estiva negli Usa il tecnico avvicina il cronista e quasi lo conquista con la sua gentilezza: «Vorrei sapere come è andato il suo ritiro… non dev’essere stato semplice scrivere articoli con il fuso orario». Segnali di umanità, oltre la magia. Oltre quelle voci discordanti, che nei mesi successivi diventeranno predominanti. Oltre l’adeguamento di contratto di Gervinho, il suo cocco, mentre Benatia veniva salutato. La Roma però le vince tutte. Ma poi arriva a Torino: la Juventus, le polemiche, il violino. Clic. L’1-7 con il Bayern fa rumore, ma non resterà un episodio. La Roma lentamente sparisce. Via dalla Champions. Via dalla corsa scudetto. Quelle vocine sui suoi metodi diventano sottolineature impossibili da non notare. Il cocco Gervinho torna dall’Africa e gioca subito, come se non potesse esistere una Roma senza l’ivoriano. Sempre le stesse pecche, «perché è più bravo dietro la scrivania che in campo». Ma sarà vero? Il resto è cronaca. È una conferenza stampa a fine maggio in cui fa di tutto per farsi cacciare. È una proprietà che invece fa di tutto per farlo dimettere, piazzandogli vicino preparatori fisici e medici. È un altro derby vinto, è una Juventus battuta ma pure altre due figuracce mondiali con Bate Borisov e Barcellona. Le luci di Trigoria si sono spente davvero, ma l’interruttore non l’ha premuto Rudi. Fine di un’illusione. Ma davvero era solo un’illusione? 

Fonte: GAZZETTA DELLO SPORT - STOPPINI

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