Rassegna Stampa

Rizzoli va in confusione: processo in campo per un contatto in area

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 31-03-2014 - Ore 08:28

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Rizzoli va in confusione: processo in campo per un contatto in area

Quante moviole si possono vedere in 4 minuti, quasi 5, ma, soprattutto, quante volte si può cambiare idea su un calcio di rigore? Per 4’37’’, un’enormità dentro uno stadio, e per fortuna lo stadio era quello civilissimo di Reggio Emilia, la Roma e il Sassuolo sono rimaste appese alla titubanza di Nicola Rizzoli, l’arbitro che rappresenterà l’Italia al Mondiale, ma che non è stato designato per il big match Napoli-Juventus. Bisognava decidere su un contatto tra Benatia e Sansone, era in discussione anche il «rosso» per chiara occasione da gol. Non poco per chi lotta per la Champions e chi per la salvezza.


La prima sensazione di Rizzoli è quella giusta: contatto lieve che non giustifica la caduta, né rigore né simulazione. Perché, allora, un arbitro tanto esperto si fa prendere dal terrore di sbagliare e: a) chiede aiuto all’assistente di porta (Peruzzo), che ha visto peggio di lui; b) cambia idea una prima volta; c) si pente di essersi pentito e inventa un processo sul campo, interrogando Benatia e Sansone. Quelli che ne escono meglio sono i due giocatori, che, secondo ricostruzioni ai confini del gossip, concordano su un fatto: Benatia tocca la maglia dell’avversario, che scivola. Ma non spetta a loro giudicare. È il tracollo dell’esperimento dell’arbitro di porta: mescola responsabilità dove, invece, ci deve essere autorevolezza.

Eusebio Di Francesco parla del caso con grande dignità, quella che il Sassuolo ha mostrato in campo, anche se la B è ancora più vicina: «Non mi era mai capitato di vedere una cosa del genere. Fino a oggi ero contro la moviola in campo, adesso penso che, almeno, ci avrebbe evitato quello che è successo. Cosa devo dire ai miei calciatori? Di buttarsi? Di mentire? Mi ripugna l’idea, ma chiedo anche rispetto». Rudi Garcia viene da un campionato dove l’arbitro di porta non c’è: «Non so cosa sia meglio o peggio. Dico solo che, alla fine, per fortuna, l’onestà ha pagato ed è stata presa la decisione giusta». Più o meno il concetto del designatore Braschi, presente alla partita e a colloquio con Baldissoni e Fenucci nel dopo gara.

Che dire, invece, della partita? La vittoria serve alla Roma per raggiungere quota 70 in classifica. Sono, con otto partite ancora da giocare (a partire dal recupero contro il Parma, mercoledì alle 18.30), molti più di quelli conquistati in campionato da Luis Enrique (56) e da Zeman/Andreazzoli (62). È mostruosa, soprattutto, la differenza dei gol subiti: 15 da Garcia (19 partite di campionato a rete inviolata), 56 l’anno scorso e 54 due stagioni fa. Dopo il k.o. di Strootman la squadra gioca meno bene e Ljajic è ormai un corpo estraneo che il tecnico francese ha cancellato dopo Napoli-Roma, in cui il serbo è diventato il capro espiatorio della sconfitta. Il gruppo di fedelissimi quest’anno è stato un punto di forza. Rischia di diventare un limite l’anno prossimo, con il doppio impegno, ma le strade del mercato sono infinite e, comunque, non è un problema attuale. Ora c’è solo una qualificazione diretta alla Champions League sempre più vicina.


Il Sassuolo può consolarsi con il fatto che, in coda, hanno perso anche Bologna e Chievo, ma le partite diventano sempre meno. Il gioco c’è, l’attacco no. E, senza gol, non ci si salva.

Fonte: Corriere delle Sera - Valdiserri

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