Rassegna Stampa

Roma 15 anni dopo. Ma la pole è lontana

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 17-06-2016 - Ore 06:50

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Roma 15 anni dopo. Ma la pole è lontana

GAZZETTA DELLO SPORT - ZUCCHELLI - La sintesi l’ha fatta Fabio Capello, pragmatico come al solito: «Sensi pensava che per fare grande la squadra bastavano 2-3 giocatori ed io ero dello stesso avviso». Tanta letteratura si è fatta su quei tre nomi – Samuel, Emerson, Batistuta –, colonna portante dell’ultimo campionato vinto dalla Roma, ma in fondo letteratura poi non è: oggi sono 15 anni da quando i tifosi giallorossi hanno festeggiato la vittoria dello scudetto, oggi sono 15 anni che si ricorda quel giorno con l’Olimpico pieno, la vittoria sul Parma e la città impazzita. Oggi sono 15 anni che ci si chiede: quando la prossima volta?

I TRE BIG Impossibile non fare il paragone con la Roma di oggi: Totti, neanche a dirlo, è il filo conduttore, gran parte dei suoi compagni dell’epoca hanno smesso, la proprietà è cambiata, e lo è anche il mercato. Sedici anni fa, quando la Lazio vinse lo scudetto, Sensi decise di cambiare poco cambiando tutto, prendendo cioè pochi giocatori, ma in grado di cambiare il volto a una squadra. Totti era più piccolo di come è oggi Florenzi (25 anni li festeggiò con lo scudetto sulla maglia), era ovviamente il più forte di tutti, ma i leader erano anche altri. Serviva gente «cattiva», gente per cui la Roma non era una questione di cuore ma d’affari. E allora eccoli Samuel, Emerson col suo crociato rotto e Batistuta, la spina dorsale. Più o meno quello che, nelle intenzioni, dovrebbero essere la prossima stagione Manolas, Strootman e Dzeko, tre che però a Roma ci stanno da tempo e aspettano, chi per un motivo chi per l’altro, la grande rivincita.

MENTALITÀ Starà a loro – mercato permettendo, soprattutto per quanto riguarda il bosniaco – trainare la Roma, così come 15 anni fa la trainarono i suoi campioni, a cui Sensi, a scudetto non ancora conquistato, volle subito aggiungere Cassano, talento enorme e testa calda. Già, la testa. Ieri Marco Delvecchio, a Rete Sport, ha detto che a quella Roma lì, fortissima, mancò «la mentalità per aprire un ciclo vincente». A questa, che il ciclo deve ancora aprirlo – nessun trofeo dal 2008 –, sembra mancare il grande guizzo, visto che sono tre anni che finisce sul podio in campionato, ma non porta a casa niente. Sensi era un presidente che stava a Trigoria un giorno sì e l’altro pure, Pallotta quelle rare volte che viene a Roma ha come base lo studio Tonucci e negli ultimi 18 mesi è stato solo una volta al centro sportivo. Quella squadra lì era stata costruita per vincere, questa per provare a farlo, o quantomeno per provare, come ha detto Spalletti, a «dar fastidio alla Juventus».

IERI E OGGI Quella Roma lì riempiva la curva Sud per abbracciare Batistuta, questa decide se provare o meno a dare fiducia a Dzeko dopo che a Fiumicino si presentarono in 5mila per accoglierlo. Quella Roma lì faceva della rabbia visibile a tutti di Montella una delle sue più grandi risorse, questa cerca di calmare i giocatori che vogliono l’aumento e poi chi vivrà vedrà. Quella era una Roma che sulle fasce aveva due campioni del mondo, Cafu e Candela, che aveva una riserva che si chiamava Aldair, che poteva permettersi un capitano che zittiva la curva che fischiava il portiere senza dover poi subire la gogna dei social e che si prese il lusso di festeggiare una settimana intera senza pensare che, in fondo, i tre assi Samuel, Emerson e Batistuta, erano costati, più o meno, quasi 70 milioni di euro. Ma allora c’erano tanti tifosi e pochi commercialisti (cit. Daniele De Rossi) e allora fu festa e basta, senza preoccuparsi dei conti. Non lo fece neanche Sensi (ma lo pagò dopo) perché a lui importava solo vincere. E quei tre, disse una volta, «sono vincenti con i fatti, mica a parole».

 

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