Rassegna Stampa

Roma,Milano e le altre: la A modello Premier

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 15-06-2015 - Ore 07:51

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Roma,Milano e le altre: la A modello Premier

LA REPUBBLICA – CAROTENUTO - E mentre li guardavamo crescere in campo, dove sono diventati il 54 percento del totale, è finita che gli stranieri hanno comprato un quinto della serie A. Le proprietà estere sono salite da zero a quattro nel giro di 4 anni: Roma, Inter, Milan, Bologna. Hanno messo insieme un portafoglio da 16 milioni di tifosi e hanno dato uno strappo alle nostre abitudini, portando l’Italia verso la linea della Premier inglese, dove i padroni che vengono da fuori sono 11 su 20. In Spagna e Francia tre, in Germania nessuno: è una realtà non concepita. La resistenza culturale è stata viva a lungo anche qui. Ma se il calcio è fra le prime dieci aziende di un Paese in cui il 43% delle azioni in Borsa non è più in mani italiane, se questo Paese ha venduto oltre confine 500 dei propri marchi negli ultimi 4 anni, dal lusso all’agro-alimentare, dall’alta moda all’arredamento, allora non c’è da stupirsi per la via che prende la serie A. Il calcio ad alta quota ha prosciugato vecchi mecenati (Ferlaino, Mantovani, Sensi), capitani d’industria (Cragnotti, Tanzi) e infine messo all’angolo storiche dinastie (Moratti, Berlusconi). Il capitalismo italiano non regge il passo. Agnelli è un’anomalia di cui egli stesso è consapevole quando lamenta l’assenza di un Sistema Calcio, com’è un’anomalia sul fronte opposto De Laurentiis, con i conti in regola nella sua azienda semi-individuale, chissà per quanto ancora competitiva.

La tendenza non si ferma alla A. In Lega Pro, il Venezia è da tre anni del russo Korablin, il Pavia è del cinese Xiaodong Zhu. Non tutto è opportunità. Il Parma è stato albanese poco prima del disastro, il Monza anglo-brasiliano è in questi giorni all’asta in tribunale, mentre a Varese in Comune si valuta l’ipotesi di formare una commissione per saperne di più sulle vicende giudiziarie di Alì Zeaiter, l’imprenditore libanese che ha comprato le quote del club. Le proprietà straniere non hanno conduzioni eguali. La tipica gestione che viene dall’Est (gli oligarchi russi alla Abramovich o gli arabi del City e del Psg) si basa sull’inie- zione di denaro sul mercato, il modello nordamericano prevede la trasformazione dei club, il risanamento laddove è necessario, la creazione di un management e la delega dell’aspetto tecnico, spesso a un nome che sia suggestivo. Lo Sports Group al Liverpool richiamò Dalglish in panchina, la Roma Zeman e il Bologna Di Vaio. È show ma è business. Se c’è da cedere, si cede. A costo, come all’Arsenal, di farsi fama da Paperoni, ricchi e avari: Wenger, laureato in economia, conosce cos’è un limite di spesa. Eppure, sotto bandiera Usa, i Glazer hanno fatto del Manchester United una realtà con 690 milioni di tifosi e con un brand da 1,2 miliardi di dollari, il numero uno nel mondo.

All’inizio, anche nel calcio italiano, l’America ha generato diffidenza. Un po’ per via di un immaginario formatosi sulla figura di Decio Cavallo, turista a cui Totò vende la Fontana di Trevi. Un po’ perché gli Usa significano ancora Lalas, difensore folk del Padova anni ‘90, pizzetto alla generale Custer, serate con la chitarra. Ma soprattutto perché “cordata americana” fa venire in mente il texano Timothy Barton che sparì da Bari prima di versare un centesimo dei 25 milioni promessi. Oppure Joseph Cala, per 11 giorni proprietario della Salernitana e per altri 32 del Lecco. A Cagliari, estate scorsa, Cellino annunciò la cessione a un gruppo di Miami e 13 giorni dopo ammise: «Sono spariti». Anche Bologna s’irrigidì, sette anni fa. Dinanzi alla cordata Tacopina spuntò il classico: «Il Bologna ai bolognesi». La città del Pci e dei cantautori. E in fondo scriveva Berselli (“Adulti con riserva”, 2007): «Americani, dicevano tutti, gente strampalata, plateale, stravagante, esplosiva. Abbondanza, eccesso, esibizioni, macchinoni». Ma col tempo l’Emilia ha consegnato in mani straniere anche la sua “Motor Valley” ( Ducati, Lamborghini), Parmalat, Breda Menarini, Saeco, Eridania, il gruppo Marazzi. La sua sola azienda fra le prime 15 d’Italia è Unipol. Ora Saputo dà un senso alla scena. Tra la via Emilia e il West, Bologna ha scelto il West. E come canta Morandi «ma lascia stare l’America, la vera favola è vivere qua».

Fonte: LA REPUBBLICA – CAROTENUTO

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