Rassegna Stampa

Roma, Spalletti e un amore incompleto: "Se vado finisco quello che ho iniziato"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 12-01-2016 - Ore 23:43

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Roma, Spalletti e un amore incompleto:

L’ultimo a vincere. L’ultimo a entrare nel cuore della gente e a restarci nonostante l’addio burrascoso. L’ultimo a restare sulla panchina giallorossa per almeno quattro stagioni. Luciano Spalletti, per la Roma, è stato tutto questo: è stato l’ultimo allenatore che ha portato il club tra le prime 8 d’Europa, l’ultimo che ha conquistato trofei (3, due Coppe Italia e una Supercoppa), l’ultimo che ha regalato un gioco alla squadra, il 4-2-3-1 senza centravanti di ruolo, capace di resistere. Nel tempo e nella memoria, nonostante l’amore sia finito male, con le dimissioni e qualche veleno, e senza il grande sogno, lo scudetto.

CERTI AMORI... — Sarà per questo che Spalletti, a qualche amico, nei giorni scorsi ha confidato: "Se vado, finisco quello che ho iniziato". Si riferiva proprio alla vittoria del campionato, che gli è sfuggita nel 2008 tanto che, ancora oggi, ci ripensa su: "Non ci siamo riusciti per colpa di alcuni errori arbitrali". Parole cariche di rammarico, dette alla Rai lo scorso ottobre, quando il ritorno a Trigoria sembrava un’utopia. Se troverà l’accordo finale con Pallotta, che sta raggiungendo a Miami per raccogliere l'eredità di Garcia, la sua sarà una di quelle storie che Galliani condirebbe col sottofondo musicale di Venditti: "Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano".

L’INIZIO — Appunto. Il giro di Spalletti lo ha visto andare in Russia, allo Zenit, dove ha vinto più che alla Roma. Due campionati e una coppa nazionale, ma la scintilla vera non è mai scattata. Con la Roma sì, fin da quando mise piede a Trigoria, il 21 giugno 2005: "Ripartiamo dai giusti comportamenti e dalla normalità", disse, cercando di infondere calma a un ambiente isterico che veniva da 5 allenatori in una stagione. Lo scelse Bruno Conti, gli inizi non furono semplici, Cassano era una grana che divideva lo spogliatoio (è storia la lite in ritiro perché il barese voleva decidere volume e colonna sonora dell’allenamento in palestra), la squadra non giocava e non vinceva. Poi, in una notte di dicembre, in piena emergenza perché senza attaccanti, Spalletti si inventa il 4-2-3-1 con Totti falso 9, la Roma pareggia a Genova, festeggia Natale, cede Cassano al Real, e inizia una serie di 11 vittorie consecutive, culminata nel derby con Totti in stampelle che festeggia sotto la Sud.

IL CHELSEA — È il febbraio del 2006, iniziano anni intensi, la Roma arriva quinta la prima stagione ma dopo Calciopoli si ritrova al secondo posto e si qualifica per la Champions, dove arriva due volte ai quarti (2007 e 2008) e una agli ottavi (2009). Le sconfitte fanno male (storico è il 7-1 dell’Old Trafford), così come fa male il secondo posto del 2008 e i k.o. contro l’Inter in Coppa Italia e Supercoppa. Il rapporto si logora quando, nell’estate nel 2008, Spalletti non dice niente a nessuno e incontra il Chelsea (che poi prenderà Ancelotti), salvo poi tornare a Trigoria e negare tutto. I giocatori iniziano a fidarsi meno, l’anno va male, la Roma chiude al sesto posto e con la società è crisi. Spalletti prova ad andare avanti, ma dopo la sconfitta con la Juve nell'agosto 2009, saluta tutti, sbatte la porta, si dimette e se ne va.

 

LA FINE — Lascia Trigoria in lacrime, continuando a guardarsi indietro: 224 partite di cui 153 in campionato, ne ha vinte più della metà, 125, ne ha perse 46, ha vissuto 1492 giorni con la sensazione di aver fatto “tanto, ma non tutto”. Da stanotte, a Miami, provarà a chiudere il cerchio. Anche se della sua Roma, che si prendeva a schiaffi in testa, che faceva il girotondo in mezzo al campo, o che improvvisava i dopocena a casa di Totti infortunato a base di crostate e Nutella, è rimasto ben poco.

Fonte: Gazzetta.it- Chiara Zucchelli

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