Rassegna Stampa

Sabatini e un mondo che se ne va

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 08-10-2016 - Ore 06:58

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Sabatini e un mondo che se ne va

LA GAZZETTA DELLO SPORT - In principio furono gli americani, poi sono arrivati i cinesi, un giorno, chissà, toccherà agli indiani. Anche il calcio, italiano, buon ultimo, sta cambiando pelle, sulla scia di quello che è già accaduto da anni nel resto d’Europa. Cambia il mondo, o meglio cambia un mondo, un modo cioè di pensare e di fare calcio, con tutti suoi difetti e i suoi limiti, le sue miserie e i suoi peccati (alcuni mortali), ma anche le sue grandezze, le sue intuizioni, i suoi colpi di genio. Walter Sabatini lascia la Roma, ed è la fine di un’era, l’effetto di una metamorfosi che vivrà il momento di non ritorno quando Adriano Galliani lascerà il Milan.

I tifosi si dovranno abituare, lo «one man-show» andrà in scena sempre più raramente, sarà così sia per i presidenti, che una volta rappresentavano l’incarnazione del club, sia per i direttori sportivi o i direttori generali, chiamateli come preferite, che ne costituivano l’emanazione e che a volte diventavano ancora più importanti dei padroni stessi, perché facevano il mercato, scoprivano il talento, erano capaci di strappare il campione alla società rivale e sapevano venderlo quando arrivava il momento giusto. Una volta si chiamavano Allodi, che poi divennero Galliani, Braida, Dal Cin, Marotta, Corvino, o maghi di provincia come Perinetti. E anche Moggi, che sicuro, da un certo punto in poi è stato quello che è stato, ma il calcio lo conosceva come pochi, anche troppo evidentemente.

Adesso, come ha sottolineato Sabatini nel suo addio pubblico, accorato e teatrale com’è nello stile del personaggio, lo stile «one man» verrà sostituito da una struttura, il fiuto e la fantasia dovranno lasciare il passo all’algoritmo e alla statistica. Andrà meglio o andrà peggio? Ci vorrà qualche anno per capirlo. Di sicuro, quelli della vecchia scuola non erano santi - tutt’altro -, hanno commesso errori, dovessero entrare in un confessionale, l’esame di coscienza sarebbe lungo e doloroso (come per i più). Ma il problema non sono loro, o perlomeno non soltanto. La questione capitale è chi li sostituirà. Ma siamo proprio sicuri che alla fine, tra algoritmi e statistiche, i super procuratori del nuovo calcio non diventino i veri padroni del vapore, approfittando di questo vuoto? Perché sarà anche vero che i vecchi direttori sportivi ci hanno fatto spesso affari, e talvolta indicibili, però rappresentavano anche un argine al loro strapotere, perché comunque erano uomini del club, cioè dei tifosi. Questi invece, magari in modo occulto, i club finiscono per manovrarli o addirittura controllarli: alla faccia di chi va allo stadio pensando di vedere ancora una partita di calcio.

Fonte: LA GAZZETTA DELLO SPORT

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