Rassegna Stampa

Se in coppa avesse perso capitan Di Bartolomei

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 28-08-2016 - Ore 07:39

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Se in coppa avesse perso capitan Di Bartolomei

LA REPUBBLICA – MURA – Il ko della Roma era previsto. Questo il titolo, ieri su Libero, della rubrica di Luciano Moggi. Previsto da lui, forse. Da molti, me compreso, no. L’1-1 dell’andata sembrava sufficiente garanzia. Sappiamo com’è andata: Roma fuori dalla Champions e gravi colpe dell’arbitro («disgusting») secondo il presidente Pallotta. L’avevo già scritto per Garcia: italianizzarsi sul versante sbagliato, piagnone e scaricabarile, non è un bella cosa. Non escludo che tra gli assidui informatori del presidente qualcuno abbia una visione tutta propria dei regolamenti. Voto a Pallotta: 3,5. Dia una sveglia alla squadra, non l’ammorbidente dell’attenuante. Ho seguito e approvato molte sue iniziative, dall’impegno nel sociale alla durezza contro i «fucking idiots», frase che parte della tifoseria gli sta ancora facendo scontare. Questa volta seguire e approvare non è possibile. Pallotta lasci stare Marciniak, che ha fatto solo il suo dovere, e se la prenda con chi, dei suoi giocatori, non l’ha fatto, anzi ha dato una spinta negativa alla squadra facendola finire in 9 una partita nata male ma ancora raddrizzabile sullo 0-1, se tutti avessero mantenuto la calma.

De Rossi, più di Emerson, è chiamato in causa. Perché il primo a farsi cacciare è lui e perché è il capitano. Non lievi le colpe di Emerson, dopo 10’ e con l’intervallo di mezzo: la squadra era in 10, usare la testa non significa solo intervenire sui palloni alti. Nessuno dei due ha ancora capito che in campo europeo gli arbitri sono meno permissivi di quelli del nostro campionato che estraggono un cartellino giallo, quando lo estraggono, anche per entrate da rosso diretto. Ho letto che negli spogliatoi De Rossi è andato a scusarsi con Maxi Pereira, uscito in barella. E ci mancava pure che non lo facesse. Forse si è scusato anche con i compagni: è solo un’ipotesi ma propendo per il sì. C’è però molto silenzio da quella sera a oggi. Non risulta che De Rossi si sia scusato con i tifosi della Roma. Se l’ha fatto e mi è sfuggito, gli tolgo automaticamente il 3 che secondo me si merita e lo giro a me stesso. Si noti che non accenno a tutti gli episodi di campo in cui De Rossi non ha saputo frenarsi. Mi basta l’ultimo: un calciatore famoso ha diritti e doveri. De Rossi, per carisma, parla da capitano anche quando non lo è, per esempio durante il ritiro degli Europei, quando difese Thiago Motta dall’accusa di essere lento e poco tecnico: «Chi non ha mai palleggiato con lui si sciacqui la bocca prima di criticarlo ». L’inebriante, forse mistica esperienza di palleggiare con Thiago Motta temo di averla persa per sempre ma non me ne cruccio, avendo palleggiato con Rivera e Rocco Pagano.

Agostino Di Bartolomei, ecco chi mi viene in mente se penso a un capitano. Nessun paragone con De Rossi. Altre teste, altri tempi. Di questi tempi un calciatore ha molte più possibilità di comunicazione. Indipendente, non mediata. Molti, in generale, la usano per farci vedere cosa mangiano, o dove passano le vacanze, o quant’è bella la loro compagna, o simpatico il loro cane. Ma io credo che, dopo l’eliminazione della Roma e per com’era maturata, Di Bartolomei qualche parola per la sua gente l’avrebbe trovata spontaneamente. Perché non è vero, citando Love story, che amare significa non dover mai dire “mi dispiace”. A volte bisogna dirlo: per non schivare responsabilità, per non acquattarsi in una piega di silenzio, perché sì. Certo, si può anche non dirlo, almeno finché presidenti come Pallotta continuano a pensare che la festa sia stata rovinata da quel cattivone di arbitro polacco. Bella all’Olimpico, ma ieri, la maglia della Lazio: “Noi con voi” la scritta sul petto, e un orologio bloccato sulle 3.36, il tempo fermo nel tempo che va avanti.

Lo sport fa la sua parte, sia per i paesi cancellati dal terremoto sia per casi individuali. Piotr Malachowski, discobolo polacco argento a Rio, ha messo all’asta la sua medaglia per contribuire a raggiungere la somma di 126mila dollari. Tanto costerebbero viaggio, soggiorno e cure di un bambino di 4 anni, Olek Szymanski, colpito da retinoblastoma. In Polonia non ha speranze di guarigione, forse sì a New York nella clinica oftalmico- oncologica del dottor David Abramson. Per ora è stato raggiunto un terzo della somma necessaria. Per la medaglia finora sono stati offerti 6mila dollari. Malachowski aspetterà ancora qualche giorno per vedere se la quotazione sale, poi se ne separerà. Infine, i controlli. Certo, meglio farli su scuole, ospedali, case, con strutture portanti fatte di sabbia e aria. Non si può cercare il guadagno sulla pelle del prossimo tuo. Ma, nel nostro piccolo mondo pallonaro, due anni fa cori unanimi: mai più un altro caso-Parma, vigilanza stretta sui bilanci. Mica tanto stretta, com’è arrivato a dimostrare il caso-Pisa.

Fonte: La Repubblica - Mura

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