Rassegna Stampa

Serie A, passa lo straniero

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 20-08-2016 - Ore 06:38

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Serie A, passa lo straniero

IL MESSAGGERO – SACCA’ - Dev'essere una specie di legge del contrappasso. O di autolesionismo, chissà, un vizio cui noi italiani spesso adoriamo ricorrere. Di certo la tendenza brilla sotto l'incontestabile luce della realtà. E, così, appare evidente che gli uomini più ricchi del pianeta scelgano le nostre spiagge e le nostre città per le vacanze, ma fuggano terrorizzati all'ipotesi di potersi comprare una squadra di Serie A. Che paura. Sarà la burocrazia, sarà il tasso di corruzione mostruoso, forse la disoccupazione, probabilmente il Pil che avanza al più di mezzo punto l'anno. L'esito, però, non concede interpretazioni: agli investitori stranieri il nostro pallone non piace. A spiegare il quadro provvedono i numeri. Nella Serie A ormai lì a scalpitare ai nastri di partenza, le proprietà internazionali sono quattro; vale a dire la Roma dello statunitense James Pallotta, il Milan del gruppo cinese Sino Europe Sports Investment Management Changxing, l'Inter (ancora) dei cinesi del Suning Holdings Group, il Bologna del canadese Joey Saputo. Tutto qui? Tutto qui. Quattro in venti club complessivi. Viceversa, giusto per intendersi, nella Premier League, ad essere in sei non sono i proprietari stranieri, ma i proprietari inglesi. Per cui, a voler ricapitolare, in Italia abbiamo quattro presidenti esteri e 16 italiani; in Inghilterra sbandierano sei presidenti inglesi e 14 esteri. Pazzesco.
IL NODO - Per quanto sia tuttora molto distante dai livelli di volo britannici, c'è comunque da annotare che l'andare italiano ha saputo compiere un balzo verso l'internazionalizzazione delle scrivanie. Insomma se fino a una decina di anni fa lo straniero, no, non poteva e non doveva passare, e i tifosi romanisti ricorderanno bene l'affare sfumato legato alla Nafta Moskva, ora le frontiere (finanziarie) sembrano essersi ammorbidite, se non del tutto schiuse. Come si diceva, però, all'affievolirsi della reciproca e ricambiata diffidenza continua a opporsi uno scetticismo dilagante degli investitori stranieri nei confronti del nostro calcio. Prima, cioè, l'Italia si concedeva il lusso di respingere i capitali esteri, mentre adesso che ne avrebbe l'urgenza sono gli sceicchi e gli oligarchi a girare al largo. Setacciando un poco la mappa dei possibili motivi, alla fine, si inciampa nella solita parolina magica di cinque lettere: soldi. Già, i soldi. All'estero, e dunque in Inghilterra come in Francia, gli imprenditori si avventurano nel mondo del pallone nella certezza (o nella convinzione, via...) di poter guadagnare denaro vero. Al contrario, in Italia, gli imprenditori investono poco perché sono convinti (o certi...) di poter guadagnare al massimo in visibilità (individuale o per un'azienda personale). Ma di soldi, neppure a immaginarne: a meno di non declinare piani industriali esageratamente sacrileghi agli occhi dei supporter.
I PROGETTI - Così, divenuto presidente giallorosso il 27 agosto del 2012, Jim Pallotta a Roma fatica parecchio a mantenere promesse tricolori, mentre Saputo a Bologna spera di regalare un filo di equilibrio ai rossoblù. Sul versante milanese, infine, bisogna sottolineare che le cordate piovute dalla Cina hanno cominciato a rimbalzare e a gareggiare su una strada che presto si trasformerà in una sorta di derby per la vittoria: certo, il Milan è finito nelle mani del Dragone solo da poche settimane e avrà bisogno di tempo per trovare la via. Ma, di nuovo, occorrono soldi: se quel che si cerca di fare è vincere, occorrono soldi e uomini adatti. E, tra l'altro, è delle ultime ore l'avanzamento delle trattativa tra Maurizio Zamparini e l'italo-americano Frank Cascio per la cessione del Palermo. Il campo dirà, questa è l'unica garanzia. Se non altro, dopo aver attraversato anni travestiti da tempeste e da bufere, l'Italia del pallone ha cercato di capirla, la sua crisi. E magari, nell'arco di qualche stagione, indovinerà pure la ricetta migliore per saltarne gli ostacoli. Sempre che non voglia richiudersi a riccio, scambiando l'investitore straniero per un pericolo, anziché immaginarlo come un'opportunità.

Fonte: Il Messaggero - Saccà

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