Rassegna Stampa

Storia di Bill Nicholson, l’uomo del record che Garcia vuole battere

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 03-11-2013 - Ore 17:50

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Storia di Bill Nicholson, l’uomo del record che Garcia vuole battere

Bill diceva che la palla non si butta via, si tiene, si tiene fra i piedi e si fa sempre la cosa più semplice. L’aveva imparato dal suo vecchio allenatore, Arthur Rowe, push and run, fate la cosa più facile e fatela in fretta. Per questo il Tottenham avanzava verso la porta avversaria a piccoli tocchi, quasi non fosse una squadra inglese. Così aveva cominciato a vincere una partita dietro l’altra, dal 20 agosto al primo ottobre del 1960. Tutte le aveva vinte, le prime undici, e Bill Nicholson in panchina a predicare sempre la stessa cosa, andiamo, andiamo, push and run.
Bill aveva 41 anni nel suo anno dei record. Le 11 vittorie iniziali consecutive, primato dei cinque principali campionati europei (in cima ci sono le 23 del Benfica ‘72/73), portarono il Tottenham in fuga: su quello scatto la squadra avrebbe costruito una cavalcata fino al titolo. Avrebbe vinto pure la Coppa. Il Double in Inghilterra mancava dal 1897 (Aston Villa). È da quell’anno che il Tottenham non ha più vinto il campionato. L’anno di Bill.
Al Tottenham Nicholson era arrivato ragazzino, diciassettenne, in prova per un mese. Gli davano 2 sterline alla settimana, la stessa paga garantita dalla lavanderia in cui aveva cominciato a lavorare quando decise di farla finita con gli studi. Papà Joe camminava da tempo con l’aiuto di una stampella, solo due anni dopo sarebbe morto; sul treno che portava al campo d’allenamento Bill era accompagnato da mr. Jones, il dentista che l’aveva accolto ancora bambino nella sua squadretta di dilettanti, i Giovani Liberali. Mamma Edith mandava avanti la famiglia facendo pulizie nelle case.
A White Hart Lane Bill arrivava da Scarborough, la città in cui abitavano pure Charles Laughton e Ben Kingsley. I Nicholson, nove figli, stavano in tre camere e cucina al numero 15 di Vine Street, un edificio che sarebbe diventato celebre per un caso irrisolto di omicidio. Il cadavere di una donna fu trovato in garage da due bambini mentre giocavano. La famiglia non si sarebbe mai trasferita, neppure quando Bill divenne un calciatore affermato, oltre 300 partite con gli Spurs dal ‘38 al ‘55, una presenza in nazionale, dove era chiuso da Billy Wright. D’estate gli piaceva tornare, passava sempre qualche giorno nella sua vecchia città, sdraiato sulla spiaggia poco lontana, anche se non faceva il bagno, non sapeva nuotare. Nel ‘58 divenne allenatore. Il ‘61 l’anno dei record. Poi altre due Coppe d’Inghilterra, una Coppa delle Coppe, una Coppa Uefa. Ripeteva: “È meglio fallire avendo un grande obiettivo che vincere puntando in basso”. Fino al ‘74. Fino al giorno in cui disse sono stufo, me ne vado, disgustato dagli incidenti scatenati dagli hooligans dopo la finale di Coppa Uefa persa con il Feyenoord.
Trentasei anni di servizio interrotto solo dalla seconda guerra mondiale, Nicholson era stato militare in Italia, a Udine. In Friuli sotto le armi aveva conosciuto Geoff Dyson, preparatore atletico, da lui disse di aver imparato un po’ di mestiere. Riservato, spigoloso, Bill non amava dare interviste. Il campo, contava solo quello. Era così onesto e trasparente da arrivare a giudicare un imbroglio la tattica del fuorigioco che a quei tempi si stava diffondendo. “Il calcio è semplicità, è portare il pallone avanti”. Quando Pep Guardiola iniziò a costruire il suo Barcellona intorno al dogma del tiqui taca, in Inghilterra scrissero che somigliava allo stile di Bill Nicholson, che a sua volta aveva perfezionato il push and run di Rowe: “Teniamo la palla e la giochiamo, semplicemente”. Lasciò il Tottenham con una buonuscita di 10.000 sterline, sarebbe tornato poco dopo come consulente del presidente. Da allenatore non aveva mai avuto un contratto scritto, non aveva mai guadagnato più di 14.000 sterline e non aveva mai chiesto un aumento. “I tifosi mi pagano lo stipendio, a loro devo rispondere”. È morto nel 2004 dopo una lunga malattia. Un busto lo ricorda a White Hart Lane. Aveva scelto di abitare in un appartamento modesto, dietro l’angolo dello stadio, offriva il parcheggio di casa al capitano dell’Arsenal quando quello andava a vedere il Tottenham. Mai aveva accettato l’idea di allontanarsi, di trasferirsi in una zona più chic. Un giorno gliene chiesero il motivo. Nicholson rispose: “Perché volevo essere sicuro di non fare tardi al lavoro”.

Fonte: Repubblica.it - Carotenuto

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