Rassegna Stampa

Storia di un calcio malato

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 13-11-2013 - Ore 08:35

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Storia di un calcio malato

Le tifoserie di Salerno e Nocerina sono sempre state acerrime nemiche come avviene spesso nelle rivalità di campanile. Prima che cominciasse il campionato, le autorità di polizia avevano segnalato il rischio di inserire le due squadre nello stesso girone.E, visto che il loro grido di allarme era rimasto inascoltato, hanno poi vietato ai tifosi della Nocerina di essere presenti domenica allo stadio. Prima di provare a fare una qualsivoglia considerazione, bisogna dire subito e con forza che quello che è accaduto domenica non è un fatto né isolato né tantomeno un episodio che si può comodamente ascrivere ad un contesto particolare, evocando, ad esempio, la presenza (in questo caso, fuori luogo) della camorra, come il solito alibi capace di spiegare tutto quanto avviene in Campania. Si tratta, invece, di un bubbone esploso all’esterno che segnala un male che all’interno del corpaccione del calcio è estesissimo con profonde metastasi; è quello del rapporto ambiguo che vi è tra le società calcistiche e tifoserie violente e criminali, dietro le quali si celano variegate realtà e che non si trovano affatto soltanto nel meridione.

MARASSI SOTTO SCACCO 
Partiamo dal Nord Italia e da quanto avvenuto allo stadio Marassi di Genova non molto tempo fa; in Liguria opera una tifoseria considerata molto “effervescente”; mi stupì non poco alcuni anni prima nell’apprendere che il collega della procura che, indagando su altri reati, aveva scoperto la combine della partita Genoa-Venezia era stato costretto per un periodo a vivere scortato perché considerato la causa della mancata promozione/retrocessione della squadra; come se si fosse occupato non di una frode sportiva ma di un processo di mafia! Quella tifoseria, in cui sono presenti capitifosi pregiudicati per reati gravi, riuscì ad interrompere una partita di serie A e a pretendere che i calciatori della propria squadra si togliessero le magliette e le consegnassero a loro; gli animi vennero sedati grazie all’intervento di un calciatore della squadra di casa, Giuseppe Sculli, noto fra l’altro oltre che per essere stato condannato dalla giustizia sportiva per la combine di una vecchia partita giocata in Calabria, per essere il nipote preferito di uno dei più importanti capondrine calabresi. Le persone di buona memoria non possono non ricordare quel calciatore, unico della sua squadra con la maglia ancora indosso, arrampicato sugli spalti che parla all’orecchio ad uno dei capi della tifoseria per convincerli a desistere dai loro propositi bellicosi, ottenendo alla fine il risultato.

ANCHE A ROMA
Scendiamo nella Capitale, dove più che riportare alla memoria gli scontri violentissimi avvenuti per strada con i tifosi che avevano assaltato una caserma della polizia, sarebbe interessante ricordare quanto emerso a margine dell’indagine sul famoso tentativo di scalata dei casalesi alla società della Lazio, utilizzando la bandiera di Giorgio Chinaglia; in quel gruppo che si era cementato intorno a quel nome storico, vi erano pezzi di tifoseria, considerata dagli inquirenti legata alla criminalità romana e contraria alla gestione del presidente Lotito. Il patron biancazzurro si era “permesso” di togliere loro il monopolio di fatto della gestione del merchandising e dell’organizzazione delle trasferte; erano arrivati persino a minacciare di morte il presidente.

ALL’OMBRA DEL VESUVIO
Scenderei, di seguito, a Napoli, dove gli episodi da raccontare sono numerosi; esponenti della tifoseria violenta utilizzati dalla camorra per fomentare i disordini contro l’apertura di una discarica di Pianura, l’organizzazione dei pestaggi di pacifici tifosi inglesi venuti a Napoli per la trasferta della propria squadra in Champion. Ve ne è uno che merita però una menzione particolare, meno noto e solo apparentemente meno significativo; nell’ambito di un’indagine di droga emerse che un calciatore del Napoli, Fabiano Santacroce, si era recato da un piccolo pregiudicato per droga agli arresti domiciliari, ma esponente di un gruppo di tifosi, per fargli omaggio (?) delle magliette dei calciatori con tanto di firme apposte su di esse; quell’episodio ripreso dalle microspie della Procura partenopea - a cui va dato il merito di avere per prima creato un gruppo di lavoro sui reati da stadio – ebbe un seguito processuale; il calciatore interrogato dai pm ammise di essere consapevole che la persona incontrata era agli arresti domiciliari ed affermò di essere stato inviato lì dal capitano della squadra.

FINO ALLA SICILIA
Infine Palermo; anche qui scegliendo fra le varie vicende avvenute si potrebbe non solo ricordare le indagini della locale procura distrettuale sulla gestione dei biglietti omaggio da parte dei clan cittadini di Cosa Nostra (spartiti con una logica che sembrava ricalcare quella dell’importanza delle “famiglie) ma anche la storia inquietante e mai del tutto chiarita dello striscione apparso in curva contro il regime di carcere duro del cd 41 bis; guarda caso, la squadra che si contrapponeva al Palermo rappresentava la città nel cui carcere era detenuto il capo della Mafia.

TANTI ALTRI CASI
E si potrebbe continuare forse riuscendo ad individuare quelli che sembrano aneddoti per ognuna delle tifoserie delle squadre più o meno importanti; si tratta, invece, della plastica dimostrazione di come i gruppi della tifoseria organizzata spesso utilizzino gli spalti per ragioni solo criminali, ma lo fanno grazie a rapporti con le società, spesso fondati sul ricatto ma in qualche caso anche su vere e proprie forme di connivenza. La storia della Nocerina va letta attraverso questa lente ed impone interventi che siano sì durissimi con riferimento all’accaduto, ma che debbono provare ad occuparsi del problema a monte, e cioè recidere il nodo di questi legami chiaramente incestuosi. Vanno messi in campo rimedi seri e adeguati alla gravità del problema. In primo luogo alle società deve essere imposto di fare la loro parte; bisogna, infatti, smetterla di pensare che del tifo violento e criminale si debbano occupare solo le forze dell’ordine; in Inghilterra dove il problema non era certo meno grave, l’utilizzo di steward professionalmente attrezzati ha consentito di isolare gli hoolingans e di arrivare ad abbattere le barriere fra campo e tribune. Gli steward che la domenica incontriamo nei nostri campi spesso sono ragazzi improvvisati, senza alcuna specifica preparazione, chiamati la domenica e pagati con pochi spiccioli.

LE SANZIONI DA ADOTTARE
Il secondo tema riguarda le sanzioni da adottare da parte di una giustizia sportiva, sulla cui scarsa credibilità ed autorevolezza è meglio non dire altro. È giusta l’idea che bisogna punire i tifosi punendo le società, ma chiudere stadi o interi settori rischia di essere una strategia sbagliata che finisce per penalizzare i tifosi che gli abbonamenti li pagano e di aumentare il potere di ricatto dei delinquenti. Le società siano trasparenti nei rapporti con le tifoserie; bisogna sapere quanti biglietti ed accrediti danno ai capitifosi e capire a chi di loro sia dato libero accesso in allenamenti o nei campi di gioco. Le società che non fanno il loro dovere siano sanzionate economicamente, anche con la perdita dei contributi o dei diritti televisivi. E, infine, si istituzionalizzi il raccordo con le forze di pubblica sicurezza; ci sarà qualcuno - oltre la Nocerina - che pagherà per non essere stato a sentire le raccomandazioni di chi aveva previsto tutto in anticipo? In una nazione, in cui le dimissioni sono pochissime e la destituzione dagli incarichi ancor più rare è semplice anticipare la risposta esatta alla domanda.

Fonte: IL MESSAGGERO - CANTONE

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