Rassegna Stampa

Tavecchio: “Io razzista? Salvo gli extracomunitari”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 30-07-2014 - Ore 09:09

|
Tavecchio: “Io razzista? Salvo gli extracomunitari”

Quando il ventennio da sindaco democristiano di Ponte Lambro, Punt in dialetto brianzolo, venne archiviato, il ragionier Carlo Tavecchio arringava il popolo: “La gestione della Lega nazionale dilettanti è verticistica, centralistica. Vogliamo l’auto – nomia regionale e la diminuzione delle tasse da pagare a Roma. Parlo a nome del Nord: se non lo otteniamo, procederemo a una rotta di collisione”. Era il ‘98, era nel Comitato lombardo. Non fu secessione. Tavecchio non ha assediato Roma, non ha riempito ampolle, non ha rievocato i celtici, ma s’è preso – subito, nel ‘99 – quella Lega nazionale dilettanti, quell’industria da 700.000 partite a stagione, da 1,5 miliardi di euro di fatturato. E s’è preso (cinque anni fa) anche un intero quarto piano, molto nobile e molto ampio, che affaccia su piazzale Flaminio: l’ufficio presidenziale fa angolo e scruta le cupole di piazza del Popolo e il traffico del Lungotevere. Qui Vittorio Cecchi Gori ospitava le attrici per piegare con l’atmosfera felliniana gli ultimi cavilli da contratto, qui il Tavecchio classe 1943 ha spalancato il mastodontico portone ai delegati, ai presidenti, ai mediatori: elettori necessari per un mandato biennale in Figc. Da capo romano. Non da capopolo brianzolo.

TAVECCHIO ancora non ha smaltito la figuraccia multipla tra Optì Pobà e la banana, ancora non s’è chiusa la pratica internazionale con la Fifa di Joseph Blatter (più anziano di sette anni), ma ecco che riemerge un’inchiesta di Report e una dichiarazione che neanche l’im – penetrabile difesa milanista in epoca di Fabio Capello (e Demetrio Albertini, lo sfidante, giocava a centrocampo) può proteggere: “Si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato sulla resistenza o sull’espressione atletica, però abbiamo riscontrato che sono molto simili agli uomini”. Il Tavecchio razzista viene inseguito dal Tavecchio maschilista. E così lo stesso Tavecchio riscrive Tavecchio, e spiega: “Non ho mai pensato che le donne fossero handicappate. Volevo dire che un pregiudizio largamente diffuso in buona parte del mondo sportivo – e il calcio non faceva eccezione – voleva le donne handicappate rispetto alla prestazione sportiva che possono avere gli uomini. Ma io ho sempre sostenuto il contrario. Ho già un progetto per consentire e incentivare le squadre di serie A ad avere una formazione femminile corrispettiva a quella maschile. Così saremo al passo con l’Europa e il mondo”. Da Ponte Lambro al mondo. In mezzo, l’Africa. Perché Tavecchio, da arguto ragioniere, fa i conti anche con le banane lanciate a braccio durante un discorso che lo doveva elevare e invece l’ha distrutto: “Io razzista? Mi deprime, non sopporto questa fandonia. Io sono un benefattore, ho lavorato 25 anni per l’Africa, ho costruito due ospedali in Togo e ho adottato tre bambini a distanza. Tanti vanno in Africa in vacanza, io ci sono andato per motivi umanitari per anni senza che me ne vantassi”. Benefattore, in questa visione agiografica di sé, diventa riduttivo: “Ho salvato ragazzi vittime di una disumana tratta di calciatori. Ho autorizzato una squadra di extracomunitari a partecipare al campionato dilettante. Ho anticipato i tempi delle società e pure le leggi italiane”. Il ragioniere non ha complessi anagrafici: “È vero, ho 71 anni. Che devo fare? Ammazzarmi?”. La carta d’identità non aiuta, ma giura di essere moderno, avanti, troppo avanti. Semplice desumere: non sopporta la rottamazione, teoria cara a Matteo Renzi: “La rottamazione nel calcio non porta a niente, serve innovare nella continuità e molti pensano che io sia l’uomo giusto al momento giusto”. Dopo Roma, Juventus, Fiorentina, Sampdoria, neppure il Sassuolo (di Giorgio Squinzi, Confindustria) e il Brescia, però, pensano che sia adatto, a parte i momenti e gli uomini. Renzi non interviene più, scarica su Giovanni Malagò (Coni).

MA L’ANNO scorso, l’allora sindaco Renzi e il sempre presidente Tavecchio s’incontraro – no a Firenze per firmare un protocollo d’intesa, e il ragioniere ne approfittò per un appello: “Stiamo subendo un’at – tenzione un po’ troppo esasperata del Fisco nei confronti dei nostri associati. Credo che avremo bisogno del suo aiuto (e dunque è lungimirante, ndr) per far capire all’Agenzia delle Entrate che forse è meglio lasciar perdere le sagre di Paese, dove si va a controllare se chi fa la polenta è a libro paga, e che si concentri su chi porta soldi altrove”. Oggi ammette che deve imparare: “Non mi piace parlare, faccio parlare i fatti. E per questi voglio essere giudicato. Ho 71 anni, le mie fragilità e le mie convinzioni. Cercherò di migliorare l’arte oratoria”. E chissà, potrebbe chiedere consigli a Claudio Lotito, suo estremo amico, cultore del latino. Lotito fa divertire Tavecchio, un ragioniere molto quadrato che non si diverte se gli ricordi le cinque condanne: “Fatti di 25 e 50 anni fa”. Il casellario giudiziario è immacolato perché ha ricevuto la riabilitazione: senza, non poteva neanche gareggiare per la Figc. Da Franco Carraro ai Matarrese, ai Galliani, ai Macalli, il ragionier Tavecchio si trascina con sé tifosi d’antiquariato. Non supplica perdono per questo, non è un tipo che rinnega o tradisce, ma desidera un’indulgenza per se stesso: “Sto subendo un attacco sproporzionato, mi svuotano l’anima. Mio fratello è malato, soffro. Ogni volta che lo vado a trovare, lo vedo diverso, trasformato. Di fronte a questo dramma mi sento inerme. E mi fa male”.

Fonte: IL FATTO QUOTIDIANO (C. TECCE)

commentiLascia un commento

Nome:  

Invia commento

chiudi popup Damicom