Rassegna Stampa

Testaccio, il campo del popolo

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 18-11-2013 - Ore 09:40

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Testaccio, il campo del popolo

Quando avevo sedici anni, da Cinecittà, attraversavo mezza Roma per arrivare a Piazza Alessandria, lì c’era (e credo ci sia ancora) un negozio di Remainder. Un bazar straordinario in cui si poteva trovare di tutto: fumetti, riviste sportive, libri, enciclopedie, periodici, un calzino di Garibaldi. Tutto, ma proprio tutto era in vendita. Solo una cosa, e chi frequentava quel posto e tifa Roma certamente lo ricorda, non si poteva comprare. Mi riferisco ad un’insegna originale, con i prezzi d’ingresso di Campo Testaccio: Tribuna – Popolari – Balilla … ecc. ecc. Il proprietario era molto orgoglioso di quella “memorabilia”, a richiesta la mostrava e faceva notare la marca da bollo (verde) di convalida, con tanto di timbro, ma si irrigidiva quando qualcuno ne chiedeva il prezzo: «Questa resta qui».

Campo Testaccio e tutto quello che lo riguarda, lo avvertiva allora il gestore di quel remainder, lo avvertono oggi i tifosi della Roma, è qualcosa di speciale, che deve stare in fondo al cuore, che non si può vendere né offendere. In quegli anni, poi, l’unica cosa che manteneva in vita il Campo in cui è nata la Roma era proprio il ricordo. Sul perimetro originale, parlo degli anni ’80, c’era un deposito dismesso di autobus, delle officine e varia umanità. Nel bocciodromo comunale, che è proprio lì accanto, con un po’ di pazienza, era possibile trovare Ermes Borsetti e Omero Carmellini. Loro, vestendo la maglia della Roma, a Testaccio avevano giocato e quando gli accennavi del degrado così tragico di quel tempio sportivo, alzavano gli occhi e sentenziavano stretti. Questo del resto è l’Italia, un paese dove le memorie millenarie vengono continuamente calpestate, dove persino Pompei viene lasciata cadere in pezzi, figurarsi se il Comune poteva trovare il tempo di pensare a Campo Testaccio. Eppure, diceva una vocina, questo rettangolo una volta erboso sotto il Monte dei Cocci, fiancheggiato dal Cimitero Acattolico, è qualcosa di speciale, di unico e sacro. È stato, al di là dei tanti impianti sportivi che si sono succeduti nella Capitale, il vero campo della Roma e del suo popolo. Quando a metà degli anni ’30 la politica societaria ritoccò sensibilmente il prezzo dei tagliandi d’ingresso, i giornali, compreso Il Littoriale vennero subissati di proteste. E quelle proteste, in un momento in cui l’Italia era governata da una dittatura e la stampa non era certo libera, furono nonostante tutto stampate, perché se ne vide, evidente, il valore sociale.

La Roma è sempre stata la squadra del popolo, un popolo che a Testaccio, il rione operaio della città, ha trovato con la sua squadra, la strada verso un possibile riscatto sociale. La Roma di Testaccio è stata da subito grande e amata, perché in un rione disagiato, destinato alla sua nascita ad essere “segregato dal resto della città”, ha rappresentato una speranza di un domani migliore. Quella squadra, se ne accorse anche Liedholm quando arrivò ad allenare per la prima volta la Lupa, divenne e restò «come una persona di famiglia»… e sono parole del Barone. La Roma era la persona di famiglia che partendo da Testaccio aveva “sfondato” aveva dimostrato che era possibile essere grandi, grandissimi. Arrivarono poi, inaspettati, i giorni del risanamento, con il campo che, il 27 novembre 2000, venne restituito alla sua città. All’inaugurazione, a cui assistette il presidente Franco Sensi fu tutto di una bellezza surreale. Non stonò affatto neanche la presenza di Alfredo Ricci. Testaccino (un testaccino di fiume), grossista di carni, Alfredo era laziale e si presentò indossando un impeccabile completo su cui spiccava l’aquila biancoceleste. Era il suo modo di rendere omaggio alla culla della sua avversaria, alla patria suprema del sentire giallorosso, a una parte immortale del suo rione. Quel 27 novembre, adesso che ci penso, la Roma era in testa alla classifica, proprio come ieri, quando i ragazzi della Curva hanno cercato di dare un nuovo segnale di riscossa. Da tempo, devo essere sincero, speravo che lo facessero. Per quello che può valere gliene sono grato, come sono grato a Giorgio Rossi che rimane sempre il “Primo della fila”. A tutti questi ragazzi e a Giorgio, mi piace dedicare un sonetto di Nino Ronci che venne pubblicato dal Tifone tre giorni dopo la conquista, da parte della Roma, del primo titolo di Campione d’Italia della sua storia, il 17 giugno 1942. C’è tutto il rimpianto per non aver colto quel trionfo a Testaccio, ormai demolito, ma c’è anche una certezza: il cuore della Roma è a Testaccio… per sempre.

 

Fonte: Il Romanista

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