Rassegna Stampa

Totti in Nazionale, inno alla classe e segnale d’allarme

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 27-03-2014 - Ore 08:22

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Totti in Nazionale, inno alla classe e segnale d’allarme

Il 12 giugno comincia il Mondiale, e il modello Italia vibra forte in balìa di tagli e ritagli. Balla un anno tra Matteo Renzi, classe 1975, e Francesco Totti, classe 1976: eppure il primo incarna un inizio, mentre il secondo riassume una fine. Proprio nel momento in cui la politica piccona l’età media, il calcio si aggrappa disperatamente ai suoi totem. C’era una volta il numero dieci. Capisco l’imbarazzo di Cesare Prandelli. Il tempo stringe e i Godot da aspettare sono vaghi. Che si parli ancora di Totti, rappresenta un inno al suo talento, ma pure un indizio allarmante per la nostra didattica, per i nostri vivai. La saga del Parma ha rilanciato la candidatura di Antonio Cassano, che il 12 luglio ne celebrerà 32: quasi una mascotte, in confronto agli anziani della tribù. Il ct è stato chiaro. Solo Gigi Buffon, trentasei suonati, ha il posto sicuro. Segue, a distanza più o meno debita, Andrea Pirlo, 35 a maggio.

I Mondiali ed Europei sono tornei brevi, secchi, nel corso dei quali l’esperienza pesa e, spesso, protegge le gerarchie. Non sempre li vincono i più forti. A volte, per aggiudicarseli, basta essere i più forti in «quel» mese. Rimane il discorso di fondo. Abbiamo smarrito una generazione. Non oso invadere l’olimpo di Armin Zoeggler, capace, a 40 anni, di strappare allo slittino la sesta medaglia in altrettante edizioni dei Giochi (per la cronaca, un bronzo). I quaranta furono dolci anche per Dino Zoff, con quella parata da Oscar e quel francobollo di Guttuso. Campioni del Mondo, campioni del Mondo, campioni del Mondo: scandì in diretta, dalla pancia del Bernabeu, la voce di Nando Martellini.

Alessandro Del Piero ha scelto l’Australia per patteggiare il suo crepuscolo, lui che è del novembre 1974. E a Udine, provincia verace, i destini della squadra non smettono di girare attorno a Totò Di Natale, 37 anni a ottobre, da quattro stagioni fisso oltre i venti gol. Dove sono finite le scorte di fantasia? Dico a voi, Sebastian Giovinco, 27 anni, e Lorenzo Insigne, 23 a giugno. Alessandro Diamanti, 31 a maggio, spopola in Cina: tracce preziose, ma lontane. E’ la fotografia di una stagnazione. Leo Messi va per i 27, Cristiano Ronaldo ne ha compiuti 29 a febbraio. Sembra che giochino da una vita, e invece hanno ancora una vita davanti. Wayne Rooney, simbolo dell’Inghilterra che ci battezzerà a Manaus, viaggia sotto i trenta: ne farà 29 anni a ottobre, due in meno di Daniele De Rossi. Il debutto in Premier, con la maglia dell’Everton, risale al 2002, una carriera fa. Da Roberto Baggio a Roberto Mancini, passando per Gianfranco Zola, l’estro ha accompagnato il romanticismo italiano.

D’improvviso, il buio. Ne abbiamo discusso un sacco di volte, palleggiandoci le cause: gli oratori sfrattati dalle mappe del dribbling; l’invasione delle scuole calcio, con tanto di rette e genitori sempre più invadenti; poco coraggio, poca pazienza; il tatticismo spacciato per tattica. E, magari, il carattere non proprio leonino di qualche aspirante campione. Dice un vecchio proverbio africano: «Il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma l’anziano conosce la strada». Storia «vecchia», appunto.

Fonte: Gazzetta dello Sport/Beccantini

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