Rassegna Stampa

Totti: "La società? Non sta a me giudicare, la base di tutto sono i risultati"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 20-03-2013 - Ore 09:01

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Totti:

(Corriere Dello Sport) Nell'edizione cartacea di oggi, il Corriere dello Sport, propone un'intervista al capitano giallorosso, anche Giovanni Malagò, presidente del Coni e del Circolo canottieri Aniene, formula alcune domande a Francesco Totti. di seguito alcuni estratti dell'intervista:

 

Caro Totti, dopo aver scavalcato Nordahl con 226 gol nella classifica dei marcatori di tutti i tempi, lei entra di diritto nella storia del calcio. Al di là delle fazioni non si può non riconoscere il suo valore assoluto. Come ci si sente mentalmente a questi livelli? Qual è il suo segreto?  «Un po' tutto. La famiglia è la base dei successi. Quando stai bene di testa, riesci a dare sempre qualcosa in più a livello professionale. Poi è importante mantenersi in forma e rispettare le persone con cui lavori, mettersi a disposizione di tutti. Nel ruolo così importante che rivesto nella società, devo dare qualcosa in più degli altri. lLo esigono tutti, è giusto che sia così». 

Considerarla uomo immagine della Roma è riduttivo, lei è qualcosa di più, in una Roma che sta cercando di lanciarsi a livello mondiale, ma c'è ancora un po' di confusione in società. Cosa si deve fare per uscire da questa fase di incertezza? I soldi sono stati investiti, ma forse non c'è ancora una certa chiarezza societaria. 
«Non sta a me giudicare, la base di tutto sono i risultati. Quando arrivano, tutto è più chiaro, ma Roma come città deve avere una squadra all'altezza delle big d'Europa, deve farsi conoscere a livello internazionale. Mantenersi su questi livelli non è semplice. Tutto dipende dalla società che hai alle spalle, che deve essere presente. I risultati, però, ripeto, aprono mille porte». 


Conta di giocare nel nuovo stadio della Roma? 
«Lo ha detto il presidente Pallotta, riuscire a farlo sarebbe bellissimo, ma credo che sia difficile, non so se e quando questo benedetto stadio sarà fatto. Spero che si sbrighino, ma dipende da tante persone». 


Perché ha fallito Zeman? C'è stata una grande passione popolare intorno a lui. Ma poi forse qualcosa non ha funzionato nello spogliatoio, c'è stata una grande differenza tra quello che aveva in mente e quello che si vedeva in campo. «Ciò che non ha funzionato sono stati i risultati. La colpa è stata più di noi giocatori, non abbiamo dato tutti il cento per cento. Se avessimo voluto realmente quello che ci diceva Zeman, staremmo qui a parlare di un'altra stagione. Invece l'abbiamo presa con superficialità, quel che veniva veniva, tanti giovani non riuscivano a capire quello che lui voleva veramente. Purtroppo il campionato passa veloce e quando non arrivano i risultati è sempre l'allenatore a pagare». 

La Roma con questa rosa può puntare a traguardi ambiziosi o manca ancora qualcosa? 
«Può crescere, ma vincere adesso no. Io lo dissi a inizio stagione. Ci sono squadre più forti di noi, anche se presi singolarmente qui ci sono grandissimi giocatori. Ma nel calcio italiano non conta il singolo, ma il gruppo. Con tanti giovani non è facile, in un campionato che è più difficile degli altri. e poi una piazza come roma esige subito grandi prestazioni». 


Pjanic e Lamela sono i giovani più talentuosi. Cosa ne pensa? 
«Sono giocatori già pronti a livello mondiale, anche se sono giovani fanno la differenza». 


Tutte le grandi squadre cercano allenatori che sviluppano un calcio organizzato. La Juve sta vincendo il secondo scudetto seguendo questa strada. La Roma oggi ha Andreazzoli, ma ha bisogno di un allenatore che crei una strategia di gioco? 
«Un allenatore in una squadra è importantissimo, soprattutto per la sua bravura a gestire il gruppo, a farlo restare unito. Perché è facile giocare con Messi, Xavi, Iniesta, con i grandi campioni potrei fare anch'io l'allenatore... ma per raggiungere grandi risultati è fondamentale un gruppo unito». 

In tanti anni di Roma, quando c'è stata la maggiore coesione? 
«Ai tempi dello scudetto con Capello eravamo un gruppo eccezionale. Ci frequentavamo anche fuori, organizzavamo delle cene quasi tutte le settimane. Questo è utile, perché ti conosci meglio. E quando hai un amico che frequenti anche fuori del campo riesci a dare il 10 per cento in più». 

La Roma di oggi ha forti personalità? 
"E' un gruppo che deve amalgamarsi. Ancora non è stato fatto tutto quello che vorremmo, ci sono tante cose da approfondire». 


Andreazzoli com'è? E' un tecnico rigido, un sergente di ferro? 
«E' una bravissima persona, ha la fortuna di conoscere tutto l'ambiente, da quasi dieci anni è a Trigoria, vive lì, conosce tutto dalla A alla Z. E' stato bravo a trasmettere questa sua conoscenza a tutti, a coinvolgere tutto il personale. Questa è stata una qualità. Poi i risultati sono venuti, è un buon allenatore, cerca di mettere la squadra in campo nel migliore dei modi in base alle caratteristiche dell'avversario. Gestisce i rapporti con i giocatori, è un tattico che cambia modulo nel corso della partita e questo ai giocatori fa piacere». 


Cosa pensa delle inseguitrici? 
«Al livello della Juve non c'è nessuno. Il Milan ha cambiato molto, aveva cominciato malissimo, ora sta facendo un ritorno eccezionale, da Milan. Il Napoli da anni mantiene lo stesso passo, le altre si giocano un posto in Europa».


Anche la Roma? 
«Sì, io penso più all'Europa League, per arrivare più in alto dovrebbe succedere qualcosa di importante. Ma il mio sogno è tornare in Champions, è un obiettivo che abbiamo in comune tutti noi romanisti».

Si parla di un suo ritorno in Nazionale.
«Le parole di Prandelli mi hanno fatto piacere. Però da qui all'anno prossimo si vedrà. Ora sto bene, ma può darsi pure che tra un anno smetto...»


L'ultima: pensa davvero di poter raggiungere Piola?
«Ci credo, è un altro mio obiettivo. So che è difficile, perché non ho vent'anni, però quando mi metto in testa una cosa cerco sempre di ottenerla. Finché non lo supero, non smetto...»

Il suo nuovo contratto? «Non ho ancora cominciato a parlare con la società, lo farò quando mi chiameranno. Nessuno a 36 anni si sarebbe aspettato di trovarmi in questo modo. Faccio una vita da professionista, ma penso che sia anche merito della preparazione che ho svolto con Zeman».

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