Rassegna Stampa

Un anno per capire chi siamo

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 05-09-2016 - Ore 06:57

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Un anno per capire chi siamo

REPUBBLICA - CROSETTI - Una grande avventura e una grossa grana cominciano insieme, stasera: l’avventura del mondiale 2018 e la possibile grana di non arrivarci. Niente è scontato, se non che l’Europeo era sembrato un racconto epico (anche edipico: Conte) ed è stato, invece, poco più che il minimo sindacale per una nazione come l’Italia. Nella prima fase abbiamo giocato bene solo contro il Belgio, ma era lì che serviva, nella seconda abbiamo eliminato con furore una Spagna decotta e abbiamo sprecato l’occasione della vita contro la Germania. Nulla di meno, non molto di più.

La centrifuga di giugno e luglio consegna allo smagato Ventura una nazionale appena decente, teoricamente solida in difesa ma proprio in quel segmento denudata dalla Francia, giovedì, con un centrocampo da inventare (profeta Verratti, indicaci la strada) e con Eder e Pellè sempre incardinati là davanti: anche Ventura sa che c’è di meglio in campionato. Si ricomincia dal via, come nel gioco dell’oca.
La nuova nazionale è vecchia. Non può essere altrimenti, adesso. Ma non le si può affidare tutto il futuro. La Spagna, ovvero l’avversario, incombe: andata a Torino, il 6 ottobre, non c’è tempo per inventare. Quando la rivedremo tra un anno, il 2 settembre 2017, gli azzurri dovranno essere tutti nuovi, quello sarà forse il giorno del giudizio (in Russia vanno direttamente solo le prime dei gironi) e quella dovrà essere la squadra lanciata, speriamo, verso il mondiale. In questi dodici mesi Ventura dovrà promuovere e bocciare, tirando qualche riga su nomi che meritano riconoscenza ma non vitalizi. Il calcio italiano non è così malmesso come sembra, e in Francia non era così luminoso come sembrava. Creare un gruppo di 23 giocatori futuribili non è utopia, tenendo ovviamente i pochi campioni che abbiamo, neppure loro eterni.
Lo stato azzurro dell’arte impone massimo rispetto per Israele, e nel nostro girone c’è pure l’Albania che all’Europeo ha stupito. Vincere stasera ad Haifa significa non dover subito rincorrere gli spagnoli che ospitano il Liechtenstein. E significa farsi due sorsi d’autostima, unico integratore concesso. Vincere significa andare oltre il debutto balordo contro la Francia, significa non dover già vedere Ventura che solca l’area tecnica allargando le braccia. E comunque: i francesi l’altra sera ci hanno maltrattato perché eravamo distratti e incompleti o perché siamo incompiuti? Basterà il ritorno di Bonucci, da abbracciare tutti con affetto gigantesco perché nulla al mondo conta più della salute di un figlio? E il gioco, il famoso gioco, chi lo crea e da chi dipende? All’Europeo ci siamo inchiavardati, l’abbiamo nel sangue e non è una vergogna, però alla lunga non basta. E bisogna anche capire quanto davvero pesasse il furore di Conte: alla Juve, chi è venuto dopo ha fatto meglio di lui anche se effettivamente aveva a disposizione la Juve, non questa nazionale che pure non è poco bianconera.
Molto gira attorno alle idee, all’esperienza e alla sorte di un signore del calcio, Giampiero Ventura. Il suo gioco è sempre stato lavoro, fantasia e coraggio; che fino a questa promozione non gli avessero mai affidato una grande squadra racconta la miopia di un mondo non a caso in crisi. Ma Ventura sa che il risultato è l’unico totem da adorare, in nazionale anche più che in un club perché non c’è tempo per rimediare: se il campionato è un tritacarne, la nazionale è un inceneritore. Ma sarebbe grave cominciare a non difendere Ventura in caso di sconfitta o pallido pareggio, la solitudine del ct è una trama che nessuno può permettersi. Se gli vogliono affidare i pieni poteri oltre la prima squadra, pensati a suo tempo per Lippi, il progetto non può dipendere dai primi fuochi. Certo, un ritorno di fiamma sarebbe un guaio per tutti.
Sono giorni strani, senza grandi certezze, dentro un’epoca di passaggio. Bisogna cercare, trovare, ridefinire. Non esistono miniere di talento dove scavare con sicurezza, però la tradizione e la forza del nostro calcio non possono dipendere dalla luna delle annate, come per una vendemmia. Si è molto letto e detto del progetto per la costruzione dei centri federali, un tessuto ben più ampio di una rete di convocazioni. Bene. Ma non si dimentichi che tra pochi mesi ci saranno le battaglie per Federcalcio e Lega, il vero buco nero del sistema. Attenti alle manovre elettorali, non solo al volenteroso Israele.

Fonte: REPUBBLICA-CROSETTI

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