Rassegna Stampa

Un tecnico e un club in piena crisi

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 30-11-2015 - Ore 06:58

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Un tecnico e un club in piena crisi

REPUBBLICA - CROSETTI - Nello strano mondo della Roma, stavolta tutto può finire prima ancora di cominciare. Non lo dice la classifica ma il campo. Lo dice una panchina che ormai sembra vuota. Lo hanno detto i sei schiaffi di Barcellona e lo ha detto pure l’Atalanta. Lo dice una proprietà che sta sempre a Boston, nientemeno. Invece Garcia dice che non mollerà, che bisogna restare umili, che oltre le nuvole c’è il blu: ma sembra più quello dei lividi che del cielo.

La caduta giallorossa forse cominciò contro il Bayern, un lutto mai elaborato, o magari contro la Juve a Torino, un anno fa: troppe parole, prima e dopo, anche di Garcia e non poche superflue. Ma quel crollo ha poi preso forma nel mezzo campionato successivo, chiuso al secondo posto solo per assenza di rivali. Erano indizi forti di scollamento che la società ha ignorato. Mancava un centravanti: arrivato. Serviva un altro contropiedista: preso. Cure palliative. Con Salah e Gervinho fuori, con Totti a fine avventura per mille logiche ragioni, la Roma è una squadra smarrita, debolissima in difesa perché incapace di difendere collettivamente. Le resta il miglior attacco della serie A, però è stata violata già 17 volte. Nelle ultime tre partite ha preso 10 gol. In questi casi ci si chiede se i giocatori abbiano già esonerato l’allenatore, a volte succede. Ora Garcia ha due gare per salvare il posto, sabato contro il Toro e poi la Champions contro il Bate Borisov, tutto in quattro giorni. Le alternative sono comunque ipotesi fragili, nessun grande allenatore salta sul treno della Roma a dicembre. Se poi arrivasse qualche segnale più chiaro dall’America, non sarebbe male: anche per i tifosi, molto critici se non assenti. C’è da capirli, un po’ per il gioco della Roma e un po’ per la fatica dell’Olimpico: più facile entrare alla Banca d’Italia.

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RITROVATO (forse) il Milan e aspettando l’Inter a Napoli, dove non vince da diciotto anni, sul campo della squadra più bella del campionato, e in attesa della Fiorentina che contro il Sassuolo partecipa a una settimana antipica (venerdì avremo Lazio-Juve), ecco che il corpaccione di Mario Mandzukic porta di peso i bianconeri ancora più in alto, sempre più robusti ed equilibrati, gente che somiglia al suo centravanti che quando colpisce il pallone con la testa ricorda i grandi specialisti del passato, i ciclopi dell’area piccola, chili e chili di muscoli in volo. Cinque vittorie nelle ultime cinque partite, compresa la Champions: prima stava fuori Dybala, ora sta fuori Morata ma intanto i chiamati rispondono, si battono, ridanno figura a una maglia che era quasi fantasma. Per lo scudetto torna in giostra anche la Juve. E’ cambiata soprattutto l’anima, non più spaventata ma convinta di sé. Disporre di una formazione quasi titolare, senza noiosi dibattici tattici (la differenza la fa la tecnica, non il movimento degli ometti del calciobalilla), è un vantaggio che Allegri ha conquistato giorno dopo giorno. Il suo destino non è piacere a tutti e neppure esibire un carisma da copertina, ma far giocare meglio che può una squadra che sicuramente era meglio prima, ma anche oggi non è da buttare. Avere superato il turno europeo in anticipo permetterà di lavorare sul campionato per un paio di mesi, senza distrazioni, battendo la lastra. Un programma da officina, e del resto alla Juve servono più le maestranze (Sturaro, Zaza) degli ingegneri.

Da buttare o quasi, invece, sembra la Lazio che non esce più dal sacco: un punto in 5 partite. Perde a Empoli, con due gol annullati a Klose e con qualche ombra arbitrale, però è irriconoscibile rispetto all’anno scorso. Così si allargano i confini della crisi del calcio romano. I centurioni non sono spariti solo dal Colosseo.

 

Fonte: REPUBBLICA - CROSETTI

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