Rassegna Stampa

Una nazionale non si allena, si seleziona

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 26-06-2014 - Ore 08:06

|
Una nazionale non si allena, si seleziona

Il vero errore di Prandelli è stato scegliere di essere molto più l’allenatore che il commissario tecnico dell’Italia. Ha investito su un progetto, non su una squadra. Una nazionale non si allena, si seleziona.

Non si cerca di migliorare i giocatori seduta dopo seduta, si prendono i migliori e si usano. Quando Buffon, nell’amarezza finale, chiede serenità di giudizio e di distinguere tra vecchi e giovani, tra chi fa e chi promette, intende esattamente questo. Nel suo errore di fondo Prandelli ha avuto una sfortuna: ha incontrato la squadra più modesta degli ultimi 45 anni e l’ha dovuta scegliere tra appena una quarantina di giocatori. Questa modestia, questa cattiva mescolanza tra generazioni (o troppo giovani o troppo vecchi), è stata subito avvertita anche dalla squadra, che non ha formato un buon gruppo, non mai avuto una grande autostima.

Si è impaurita presto e ha chiesto di chiudersi. La formazione contro l’Uruguay, salutata come offensiva solo perché c’erano due attaccanti, era una formazione di contenimento, un 5-3-2 giocato in campionato solo dalle squadre di bassa classifica. C’è stata al fondo una vera schizofrenia tattica. 

In tre partite abbiamo giocato con tre schemi diversi. L’unico vincente, il primo, quello con l’Inghilterra, è stato subito cancellato dall’unico gol della Costa Rica. Abbiamo cominciato con cinque centrocampisti, a metà ripresa ne erano rimasti solo due.

La squadra sente queste variazioni, le prende per quelle che sono: indecisioni, paura, mancanza di fiducia negli uomini. Prandelli nella sostanza è sembrato il primo a cedere sotto la pressione della grande nevrosi collettiva. Ha accontentato più l’opinione pubblica che la squadra e se stesso.

Troppe decisioni non sono sembrate tecniche, ma mediazioni tra la realtà e l’ansia del Paese. È mancata una guida sicura, magari sgarbata e perdente, ma che tenesse tutti dentro uno scopo. È stata una nazionale di compromesso che ha scontentato i giocatori per primi. Ed essere modesti e scontenti è la peggior cosa nel calcio. Ha portato danni anche l’apertura alle mogli, alle fidanzate e ai figli in ritiro. 

Vivevano tutti nello stesso albergo, sia pure separati. Forse da altre parti funziona. Da noi nessuno porterebbe la famiglia sul posto di lavoro quando il lavoro è importante. È finita che il gruppo si è spesso separato, molti hanno trasportato in ritiro le loro piccole abitudini di tutti i giorni. 

È mancato il senso dell’impresa, la solitudine dell’eccezione. È diventata una specie di grande famiglia troppo larga per voler essere anche unita. Prandelli ha portato molte cose nuove, dal codice etico, al gioco simile a quello di un club, almeno nei giorni migliori, fino alla liberalizzazione dei ritiri. È un ottimo tecnico e una splendida persona. 

Ma ha ceduto quando gli è caduto addosso il Paese e le sue idee hanno avuto paura di se stesse. Cercando il sostituto sarebbe un errore adesso cercare un altro allenatore. Il selezionatore è una figura però molto più algida ed esperta. 

Gente che deve scegliere e non accontentare.L’ideale sarebbe Ancelotti che è sotto contratto e fuori dalle possibilità economiche di qualunque federazione. Altri non ne abbiamo, ma forse Mancini, come uomo di mondo, si avvicina di più all’identikit. Spalletti è molto bravo, ma si avvicina alla figura proibita, cerca gioco.

Allegri è un maestro giovane e ruvido, abbastanza disincantato per saper fare anche solo quel che serve. Potrebbe essere un’altra scelta. La cosa più importante sarà comunque fare il possibile per poter allargare le capacità di scelta del nuovo c.t. Sono troppo pochi gli italiani selezionabili. Questo è il grande p roblema. 

Fonte: Corriere della Sera (M. Sconcerti)

commentiLascia un commento

Nome:  

Invia commento

chiudi popup Damicom